Alle 12:30 del 16 maggio 1975, sospinta da un vento gelido e dopo una scalata interrotta da una valanga che l’aveva sepolta viva, una donna giapponese di 35 anni piantò il suo piolo sulla cima dell’Everest. Si chiamava Junko Tabei e fu la prima donna nella storia a raggiungere i 8.849 metri del tetto del mondo. Cinquantuno anni dopo, la sua impresa parla ancora del coraggio di chi non chiede permesso.
Chi era Junko Tabei
Junko Tabei nasce il 22 settembre 1939 a Miharu, un piccolo villaggio della prefettura di Fukushima, in Giappone. Cresciuta come quinta di sette figli in una famiglia modesta, soffre da bambina di una salute fragile. È un’insegnante di scuola elementare a portarla per la prima volta in montagna, all’età di 10 anni: la salita al monte Nasu le rivela una passione che non la lascerà più.
Studia letteratura inglese e americana all’università Showa Women’s University di Tokyo. Negli anni Sessanta, mentre lavora come redattrice di una rivista scientifica, entra in vari club alpinistici dell’università. Trova subito ostacoli: molti rifiutano di accettare donne, altri le considerano «mogli del gruppo».
La nascita del Joshi-Tohan Club
Nel 1969, stanca di essere relegata in ruoli secondari, Tabei fonda il primo club alpinistico interamente femminile del Giappone: il Joshi-Tohan Club, letteralmente «Club delle donne che scalano in autonomia». Il motto è chiaro: «Andiamo da sole in montagna».
Il club non è una battaglia di principio: è una necessità. In Giappone, fino agli anni Settanta, una donna che annunciava di voler scalare l’Everest era vista come bizzarra. La stampa la chiamava «la madre che dovrebbe stare a casa». Tabei aveva un figlio di tre anni e un marito comprensivo che si occupava della casa quando lei partiva. Era un’anomalia per i tempi.

La spedizione del 1975
Nel 1971 il Joshi-Tohan Club inizia a progettare una spedizione tutta al femminile sull’Everest. I costi sono enormi: cinque milioni di yen a persona, una cifra inarrivabile per donne giapponesi degli anni Settanta. Tabei lavora come insegnante di pianoforte privata, accetta articoli su commissione, scrive per riviste alpinistiche, vende il suo posto auto. Il quotidiano Yomiuri Shimbun e l’emittente NTV finanziano la spedizione in cambio dell’esclusiva.
Nel marzo 1975 il gruppo di 15 donne lascia Tokyo. La leader è Eiko Hisano, la pianificatrice della spedizione. Tabei è la capo cordata di vetta. Lo sherpa principale è Ang Tsering, già esperto di Everest.
La valanga che cambia tutto
Il 4 maggio 1975, al campo 2 a 6.300 metri, una valanga investe le tende di notte. Tabei e quattro compagne vengono sepolte sotto la neve. Sono salvate dagli sherpa in extremis: Tabei resta sotto per circa sei minuti, gli sherpa la estraggono con il polso fratturato e una contusione alla schiena.
Il medico della spedizione le ordina riposo assoluto per dieci giorni. Tabei riprende a camminare dopo due. «Avevamo già investito troppo per arrendersi», racconterà anni dopo nelle interviste.
La cima: 16 maggio 1975
Dopo dodici giorni di acclimatamento e arrampicate progressive, il 16 maggio 1975 Tabei e lo sherpa Ang Tsering lasciano il Colle Sud alle 5 del mattino. Affrontano la rampa Hillary nelle ultime ore: 500 metri di pendenza estrema con corde fisse, ramponi, ossigeno supplementare.
Alle 12:30, ora locale del Nepal, Tabei piazza il suo piolo a 8.849 metri. È la prima donna sull’Everest. Sventola la bandiera del Giappone, scatta poche foto, sosta soltanto venti minuti per limitare l’esposizione alla zona della morte. Inizia la discesa, lunga e pericolosa quanto la salita. Tornerà al campo base illesa.

Cinque cose da sapere su Junko Tabei
1. Non è stata la prima donna in vetta ad un Ottomila
Quel primato apparteneva alla polacca Wanda Rutkiewicz, che però arriverà sull’Everest soltanto nel 1978. Sul K2 Tabei sarà battuta da Halina Krüger-Syrokomska e altre. Sull’Everest, però, fu indiscussa.
2. Ha completato i Seven Summits
Nel 1992, a 53 anni, raggiunse la cima del Puncak Jaya in Indonesia: era la prima donna al mondo ad aver scalato la vetta più alta di ogni continente, il celebre circuito dei Seven Summits.
3. Era ambientalista convinta
Dopo l’Everest si laureò in ecologia all’università di Kyushu nel 2000. Studiò il problema dei rifiuti sull’Everest e fondò il Trust for Mountain Environment, un’organizzazione che organizza spedizioni di pulizia ad alta quota.
4. Aiutò il Giappone dopo Fukushima
Dopo il terremoto del 2011 organizzò spedizioni alpinistiche per bambini orfani dei territori colpiti, convinta che il contatto con la montagna fosse terapeutico.
5. La sua frase preferita
In un’intervista del 2015 disse: «Non ho mai voluto essere la prima donna in cima all’Everest. Volevo essere la prima persona di me stessa a raggiungere quella vetta». Una distinzione sottile che riassume la sua filosofia.
L’eredità: 51 anni dopo
Tabei è morta il 20 ottobre 2016 a 77 anni, dopo aver combattuto contro un cancro peritoneale che le diagnosticarono nel 2012. Aveva continuato a scalare anche durante la chemioterapia: nel 2015 raggiunse il monte Fuji con un gruppo di studenti delle zone di Fukushima.
Nel 2019 l’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato a lei una catena montuosa di Plutone: i Tabei Montes. La sua autobiografia, Honoring High Places, tradotta in inglese postuma nel 2017, è oggi un classico della letteratura alpinistica al femminile. Per approfondire la sua biografia si può consultare la voce dedicata su Wikipedia.

Tabei e l’alpinismo femminile oggi
Cinquantuno anni dopo l’impresa di Tabei, l’alpinismo femminile vive un’epoca d’oro. Lhakpa Sherpa, nepalese, ha scalato l’Everest dieci volte. Edurne Pasaban è stata la prima donna a completare i Quattordici Ottomila nel 2010. Tamara Lunger ha scalato il Nanga Parbat in stile alpino. In Italia Tamara Lunger, Anna Torretta, Federica Mingolla portano avanti un’eredità di cui Junko Tabei è una delle pietre miliari. Per altre storie di esploratrici e pioniere, dai un’occhiata a altre biografie di donne straordinarie sul blog.
Domande frequenti
In che anno Junko Tabei è salita sull’Everest?
Il 16 maggio 1975, a 35 anni. Cinquantuno anni fa esatti, oggi.
Era davvero la prima donna sull’Everest?
Sì, ed è un dato certo. La tibetana Phantog raggiunse la stessa cima 11 giorni dopo (27 maggio 1975) ma da nord. Tabei è universalmente riconosciuta come la prima.
Qual è il suo libro più importante?
L’autobiografia Honoring High Places: The Mountain Life of Junko Tabei, pubblicata in inglese nel 2017 (postuma).
Quanti Ottomila aveva scalato in totale?
Tabei aveva scalato soltanto due Ottomila: Everest (1975) e Shisha Pangma (1980). Si concentrò invece sui Seven Summits, completati nel 1992.
Aveva figli?
Sì, due: una figlia (Noriko) e un figlio (Shinya). Durante la spedizione del 1975 lasciò entrambi al marito Masanobu, che la sostenne sempre.
Dove si può visitare un memoriale di Tabei?
A Miharu, suo villaggio natale in prefettura di Fukushima, c’è un piccolo museo dedicato a lei. Al Tokyo Mountaineering Federation Museum un’intera sala custodisce attrezzature e diari della spedizione del 1975.