Hashima: l’isola fantasma del Giappone abbandonata dal 1974

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A 15 chilometri da Nagasaki, sospesa nel mare orientale, c’è un’isola che da lontano sembra una nave da guerra alla deriva. Si chiama Hashima, ma tutti la conoscono come Gunkanjima, «l’isola corazzata»: per quasi novant’anni è stata uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta, poi è diventata, dal 1974, una città fantasma abbandonata all’erosione dell’oceano. La sua storia è un fun fact incredibile e doloroso allo stesso tempo.

Un’isola che sembra una nave

Hashima è una piccola isola artificiale rafforzata da imponenti muri di cemento, tanto da assomigliare, vista dal mare, alla sagoma di una nave da battaglia. È proprio questa somiglianza con la corazzata giapponese Tosa a darle il soprannome di Gunkanjima, dal giapponese «gunkan» (nave da guerra) e «jima» (isola).

Misura appena 480 metri di lunghezza per 160 di larghezza: una superficie minuscola, ma che nel suo periodo di massima attività ospitava oltre 5.000 persone in pochi blocchi di palazzi grigi. Una densità abitativa che, all’epoca, batteva ogni record nel mondo.

Il carbone sotto il mare

La storia di Hashima inizia nei primi anni dell’Ottocento, quando viene scoperto un giacimento di carbone sotto i fondali circostanti. Per decenni l’estrazione resta sporadica, finché nel 1890 la grande azienda industriale Mitsubishi acquista l’isola e ne fa il centro di una vera e propria città mineraria sottomarina.

Gallerie scavate fino a 600 metri sotto il livello del mare permettevano l’estrazione del carbone necessario all’industrializzazione del Giappone in epoca Meiji. Per ospitare i minatori e le loro famiglie, l’isola viene ampliata con la costruzione di muri di contenimento e poi di edifici in cemento armato, all’epoca rivoluzionari.

Rovine di un palazzo in cemento decadente
I condomini di Hashima furono tra i primi in cemento armato del Giappone.

La città più densamente popolata del mondo

Nel 1959 Hashima raggiunge il suo picco demografico: 5.259 abitanti su poco più di sei ettari di terreno utile. Tradotto, vuol dire una densità superiore a 80.000 abitanti per chilometro quadrato — più del doppio di Tokyo oggi. Per ottenere questi numeri, Mitsubishi costruì alcuni dei primi grandi condomini in cemento armato del Giappone, alti fino a nove piani.

In quei pochi blocchi convivevano famiglie, scuole, un ospedale, cinema, templi shintoisti, persino un bordello e un piccolo ufficio postale. Era una vera città, completa di tutto, ma rinchiusa nella sua geografia minuscola e cinta da mura.

La vita quotidiana sull’isola

Gli abitanti dell’isola raccontano una vita di forti legami comunitari: tutti si conoscevano, i bambini giocavano sui tetti perché non c’era spazio in basso, le finestre si aprivano una di fronte all’altra e le chiacchiere passavano da un palazzo all’altro come una radio collettiva. L’acqua dolce arrivava tramite condutture dalla terraferma; pochi avevano un giardino, tranne che sul tetto.

Il lato oscuro: il lavoro forzato

La storia di Hashima ha anche una pagina dolorosa. Durante la Seconda guerra mondiale, e in particolare fra il 1930 e il 1945, il Giappone imperiale impiegò sull’isola lavoratori coreani forzati e prigionieri di guerra cinesi in condizioni durissime. Le stime variano: secondo alcune fonti morirono 137 lavoratori, secondo altre fino a 1.300, per incidenti minerari, sfinimento o malnutrizione.

Questa parte della storia è all’origine di una controversia ancora viva. Quando nel 2015 l’UNESCO ha inserito Hashima nella lista del Patrimonio mondiale come parte dei «Siti della Rivoluzione industriale Meiji», la Corea del Sud ha chiesto che il pannello informativo facesse esplicito riferimento al lavoro forzato. Solo nel 2018 il Comitato del patrimonio ha richiamato il Giappone a integrare il racconto con questi episodi dolorosi.

Interno di edificio abbandonato con luce dalle finestre rotte
Dentro gli edifici si trovano ancora oggetti e tracce di chi viveva qui prima del 1974.

Il declino e la fuga

Negli anni Sessanta il petrolio comincia a sostituire il carbone come fonte di energia principale in Giappone. La miniera di Hashima diventa meno redditizia. Nel 1974 Mitsubishi annuncia la chiusura definitiva e organizza l’evacuazione dell’intera popolazione. In poche settimane, l’isola viene abbandonata. I mobili, le poste, persino i fascicoli scolastici restano sul posto, come una foto fissata dell’ultimo giorno.

Per i decenni successivi Hashima rimane chiusa ai visitatori. Il sale del mare e i tifoni iniziano la loro lenta opera di erosione: i balconi cadono, le pareti si crepano, le scale si trasformano in colate di calcinacci. La natura, lenta ma decisa, riprende possesso del cemento.

La «riscoperta» turistica

Solo nel 2009 il governo di Nagasaki autorizza la riapertura parziale dell’isola ai turisti, in un’area perimetrata e con accesso strettamente regolato. Da allora barche turistiche partono regolarmente dal porto di Nagasaki e in circa 50 minuti raggiungono Gunkanjima. La visita dura circa un’ora, sempre lungo un percorso fissato, e dà la possibilità di osservare da vicino lo scheletro decadente della città fantasma.

L’isola è anche diventata un’icona pop. Per chi ama James Bond, Hashima ha ispirato la scenografia del covo del villain Silva in Skyfall (2012); in realtà però le riprese sono state realizzate negli studi di Pinewood. Curiosi su altri luoghi abbandonati famosi? Leggi anche il nostro pezzo su Naoto Matsumura, l’eremita di Fukushima.

Cosa resta oggi

Camminare nelle aree aperte di Hashima è come passare in una città congelata. Si vedono ancora le scale di accesso ai vecchi appartamenti, i tubi industriali della miniera, i fori dove un tempo si svolgeva la vita di migliaia di persone. Sui pavimenti si trovano frammenti di stoviglie, etichette di shampoo, scritte sui muri. Una specie di Pompei moderna, completa fino al più piccolo dettaglio quotidiano.

Gli esperti UNESCO stimano che, senza interventi strutturali importanti, alcune zone potrebbero crollare nei prossimi vent’anni. È un patrimonio fragile e contestato: chi lo vuole conservare come museo, chi spera che il mare possa, prima o poi, riprendersi del tutto la «nave corazzata».

Resti di città industriale dismessa
L’erosione marina sta lentamente smontando i muri di Gunkanjima.

Come si visita oggi

Per visitare Hashima oggi è necessario prenotare un tour con una delle agenzie autorizzate di Nagasaki. Le partenze sono giornaliere, ma le condizioni del mare possono comportare cancellazioni: nei mesi invernali il tasso di tour annullati supera spesso il 50%. La visita è regolamentata da percorsi fissi, con punti di osservazione protetti, perché molte aree dell’isola sono inagibili.

Una lezione di memoria

Gunkanjima è uno di quei luoghi che racchiudono in pochi metri quadrati interi capitoli di storia: l’industrializzazione, il colonialismo, la fame di energia, il dramma del lavoro forzato, la nostalgia di una comunità persa, il fascino estetico della decadenza. Visitarla, anche solo idealmente, significa accettare che la storia non è mai una sola voce.

È anche una buona occasione per ricordare che molte «città del futuro» di oggi — densissime, verticali, interamente costruite — potrebbero un giorno trovarsi nella stessa condizione: silenziose, vuote, ricoperte di erbacce. Hashima ce lo mostra in scala minima ma in modo chiarissimo.

Domande frequenti

Quanto è grande Hashima?

Circa 480 metri di lunghezza per 160 di larghezza, su una superficie complessiva di poco più di sei ettari.

Quanti abitanti aveva al massimo?

5.259 nel 1959: un record di densità abitativa al mondo per quegli anni.

Si può visitare?

Sì, dal 2009 è aperta a tour autorizzati che partono dal porto di Nagasaki, con percorsi delimitati.

È vero che è apparsa in un film di James Bond?

Ha ispirato visivamente il covo di Silva in Skyfall, ma le riprese non sono state realizzate sull’isola.

È pericolosa?

Diverse zone sono in stato di crollo. L’accesso è perimetrato proprio per ragioni di sicurezza.

Perché è patrimonio UNESCO controverso?

Perché la sua iscrizione del 2015 ha sollevato la questione, ancora aperta, del riconoscimento del lavoro forzato coreano e cinese durante la Seconda guerra mondiale.