Per la prima volta nella storia esiste una legge internazionale per proteggere la vita nelle acque che non appartengono a nessuno Stato. Il 17 gennaio 2026 è entrato ufficialmente in vigore il Trattato sull’Alto Mare, l’accordo delle Nazioni Unite che tutela la biodiversità di quasi metà del pianeta. È una buona notizia che gli ambientalisti aspettavano da vent’anni.
Che cos’è il Trattato sull’Alto Mare
Il Trattato sull’Alto Mare, conosciuto con la sigla inglese BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), è un accordo internazionale che stabilisce per la prima volta regole comuni per proteggere la vita marina nelle acque internazionali. Il testo era stato adottato dalle Nazioni Unite il 19 giugno 2023, ma per diventare operativo aveva bisogno della ratifica di almeno 60 Paesi.
Quella soglia è stata raggiunta nel settembre 2025, quando il Marocco è diventato il sessantesimo Stato a ratificare l’accordo. Secondo le regole previste, il trattato è entrato in vigore 120 giorni dopo, cioè il 17 gennaio 2026. Nelle settimane successive il numero di ratifiche ha continuato a crescere, superando gli ottanta Paesi.
Che cosa sono le acque internazionali
Per capire la portata di questa notizia bisogna sapere che cosa si intende per «alto mare». Ogni Stato costiero controlla le acque entro 200 miglia nautiche dalla propria costa, la cosiddetta zona economica esclusiva. Tutto ciò che sta oltre quel limite è alto mare: non appartiene a nessuno e, allo stesso tempo, appartiene a tutti.
Queste acque coprono circa due terzi degli oceani e quasi metà dell’intera superficie del pianeta. Ospitano una quantità enorme di vita, dalle balene migratorie alle tartarughe, fino agli ecosistemi degli abissi. Eppure, fino a oggi, erano quasi del tutto prive di regole: una sorta di terra di nessuno dove pesca intensiva, inquinamento e sfruttamento delle risorse avvenivano senza un quadro giuridico condiviso.

Che cosa cambia con il nuovo trattato
L’accordo introduce strumenti concreti per la tutela degli oceani. È il primo passo per dare gambe legali a obiettivi ambiziosi che la comunità internazionale si era data ma che finora restavano sulla carta.
Aree marine protette in alto mare
Il trattato consente di istituire aree marine protette anche nelle acque internazionali, dove prima non era possibile. È uno strumento essenziale per raggiungere l’obiettivo «30 per 30», cioè proteggere il 30% di mari e oceani entro il 2030. Senza una legge per l’alto mare, quel traguardo sarebbe rimasto irraggiungibile.
Valutazioni di impatto ambientale
Le attività potenzialmente dannose condotte in alto mare dovranno essere sottoposte a una valutazione di impatto ambientale. È un modo per soppesare in anticipo gli effetti di progetti come l’estrazione mineraria sui fondali o nuove rotte di sfruttamento delle risorse.
Risorse genetiche condivise
Il trattato regola anche l’uso delle risorse genetiche marine, organismi e molecole che possono avere applicazioni in medicina o nell’industria, stabilendo che i benefici vadano condivisi in modo equo tra le nazioni e non restino appannaggio dei soli Paesi più ricchi e tecnologicamente avanzati.

Perché è una buona notizia
Gli oceani sono il più grande alleato del pianeta contro la crisi climatica: assorbono enormi quantità di anidride carbonica e producono buona parte dell’ossigeno che respiriamo. Proteggere la loro biodiversità significa difendere un sistema da cui dipende la vita di tutti, compresa quella di milioni di persone che dal mare traggono cibo e lavoro.
Per questo il trattato è stato definito un traguardo storico. Dimostra che, nonostante le difficoltà, la cooperazione internazionale può ancora produrre risultati concreti su scala globale. È un tema che si lega strettamente alle ragioni per cui ogni anno si celebra la Giornata mondiale degli oceani: ricordare quanto il mare sia prezioso e fragile.

Che cosa succede adesso
L’entrata in vigore è solo l’inizio. Ora gli Stati dovranno organizzare gli organismi previsti dall’accordo, definire le prime aree marine protette e stabilire le procedure pratiche di applicazione. Si tratta di un percorso lungo, che richiederà anni e risorse, ma per la prima volta esiste una cornice giuridica condivisa su cui costruire. Per i dettagli ufficiali è possibile consultare le informazioni delle Nazioni Unite sul raggiungimento delle ratifiche del trattato.
Domande frequenti
Quando è entrato in vigore il Trattato sull’Alto Mare?
Il trattato è entrato ufficialmente in vigore il 17 gennaio 2026, 120 giorni dopo il raggiungimento delle 60 ratifiche necessarie, avvenuto nel settembre 2025.
Che cosa significa la sigla BBNJ?
BBNJ sta per Biodiversity Beyond National Jurisdiction, cioè «biodiversità oltre la giurisdizione nazionale»: l’accordo riguarda infatti la vita marina nelle acque che non appartengono ad alcuno Stato.
Che cosa sono le acque internazionali o alto mare?
Sono le acque che si trovano oltre le 200 miglia nautiche dalle coste, fuori dalle zone economiche esclusive degli Stati. Coprono circa metà della superficie del pianeta e non appartengono a nessuna nazione.
Perché il trattato è importante?
Perché è la prima legge che permette di creare aree marine protette in alto mare e di regolare attività potenzialmente dannose, rendendo possibile l’obiettivo di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030.
Quanti Paesi hanno ratificato l’accordo?
La soglia minima di 60 ratifiche è stata superata nel 2025; nei mesi successivi il numero ha continuato a salire, oltrepassando gli ottanta Paesi aderenti.
Il trattato risolve subito i problemi degli oceani?
No: l’entrata in vigore è il primo passo. Serviranno anni per istituire gli organismi previsti, definire le aree protette e applicare le regole, ma ora esiste finalmente una cornice giuridica condivisa.