Cattura della CO2 dall’aria: come funziona la tecnologia DAC

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E se potessimo aspirare l’anidride carbonica direttamente dall’aria, come fa un enorme ventilatore al contrario? È l’idea alla base della cattura diretta dell’aria, una tecnologia che negli ultimi anni è passata dai laboratori ai primi grandi impianti. Non è una bacchetta magica contro il cambiamento climatico, ma uno strumento in più. Vediamo come funziona, a che punto siamo e quali sono i suoi limiti.

Che cos’è la cattura diretta dell’aria

La cattura diretta dell’aria, nota con la sigla inglese DAC (Direct Air Capture), è un insieme di tecnologie che estraggono l’anidride carbonica direttamente dall’atmosfera. A differenza dei sistemi installati nelle ciminiere delle fabbriche, che catturano il gas dove è più concentrato, questi impianti lavorano sull’aria libera, dove la CO2 è presente in quantità minime: circa quattro molecole ogni diecimila.

Proprio questa bassa concentrazione è la sfida principale: separare un gas così diluito richiede molta energia e impianti di grandi dimensioni. Per questo la DAC è considerata una tecnologia promettente ma ancora costosa.

Come funziona un impianto DAC

Il principio ricorda quello di una spugna chimica. Grandi ventilatori spingono l’aria attraverso filtri o soluzioni liquide capaci di trattenere selettivamente le molecole di anidride carbonica. Una volta saturato, il materiale viene riscaldato o trattato per rilasciare la CO2 in forma concentrata, pronta per essere stoccata o riutilizzata.

Tecnologia per il trattamento dell'aria
Gli impianti DAC aspirano l’aria per estrarne la CO2.

I due approcci principali

Esistono due grandi famiglie di tecnologie. La prima usa materiali solidi, detti sorbenti, che catturano la CO2 a temperatura ambiente e la rilasciano con un moderato riscaldamento. La seconda impiega soluzioni liquide a base di idrossidi, che intrappolano il gas e lo liberano a temperature più elevate. Entrambe hanno vantaggi e svantaggi in termini di energia richiesta e costi.

Dove finisce l’anidride carbonica catturata

Una volta separata, la CO2 può seguire due strade. Può essere iniettata in profondità nel sottosuolo, dove in certe rocce reagisce e si trasforma lentamente in minerale solido, restando intrappolata in modo stabile. Oppure può essere riutilizzata, ad esempio per produrre carburanti sintetici o materiali. La scelta dipende dagli obiettivi dell’impianto.

A che punto siamo

Negli ultimi anni sono entrati in funzione i primi impianti su scala significativa, soprattutto in Islanda, dove l’abbondante energia geotermica rende il processo più sostenibile, e negli Stati Uniti. Si tratta ancora di quantità modeste rispetto alle emissioni globali, ma il settore sta crescendo rapidamente, sostenuto da investimenti pubblici e privati. Gli esperti la considerano una tecnologia ancora agli inizi, da valutare con realismo.

Tubazioni di un impianto tecnologico
La CO2 separata viene stoccata o riutilizzata.

Perché serve molta energia

Il punto debole della DAC è il consumo energetico. Spostare enormi volumi d’aria e poi liberare la CO2 dai filtri richiede elettricità e calore. Se questa energia provenisse da fonti fossili, il bilancio rischierebbe di annullarsi. Per questo gli impianti vengono progettati per usare energia rinnovabile, come quella geotermica o eolica. La transizione energetica e la cattura del carbonio sono quindi due percorsi strettamente legati, come accade per molte soluzioni che abbiamo raccontato parlando di gestione intelligente dell’energia.

Non è un’alternativa al taglio delle emissioni

Su un punto gli scienziati sono concordi: la cattura diretta dell’aria non sostituisce la riduzione delle emissioni. La priorità resta smettere di immettere anidride carbonica bruciando combustibili fossili. La DAC può semmai affrontare le emissioni difficili da eliminare, come quelle di alcuni settori industriali, e in prospettiva contribuire a rimuovere parte della CO2 già accumulata. È uno strumento complementare, non una scorciatoia.

Quanto costa e cosa serve per il futuro

Oggi catturare una tonnellata di CO2 dall’aria costa ancora molto, ben più che evitarla a monte. Le previsioni indicano però una discesa dei costi man mano che la tecnologia matura e gli impianti si moltiplicano, secondo lo stesso percorso già visto per il solare e l’eolico. Quanto velocemente avverrà è ancora oggetto di studio e dibattito.

Una tecnologia da seguire con realismo

La cattura diretta dell’aria racconta bene la complessità della sfida climatica: non esistono soluzioni uniche, ma un insieme di strumenti da combinare. Conoscere come funziona aiuta a distinguere le promesse realistiche dagli annunci esagerati, e a guardare con occhio critico a una delle frontiere più discusse della tecnologia ambientale.

Impianto a energia rinnovabile
Il processo richiede molta energia, idealmente rinnovabile.

Domande frequenti sulla cattura diretta dell’aria

Cosa significa cattura diretta dell’aria?

È una tecnologia che estrae l’anidride carbonica direttamente dall’atmosfera, anziché dalle ciminiere degli impianti industriali.

Come fa a separare la CO2?

L’aria viene spinta attraverso filtri o soluzioni che trattengono selettivamente la CO2, poi rilasciata in forma concentrata mediante calore.

Dove finisce l’anidride carbonica catturata?

Può essere immagazzinata nel sottosuolo, dove si trasforma lentamente in minerale, oppure riutilizzata per produrre carburanti o materiali.

È una soluzione definitiva al cambiamento climatico?

No. Gli scienziati la considerano uno strumento complementare: la priorità resta ridurre le emissioni alla fonte.

Perché costa ancora tanto?

Perché la CO2 nell’aria è molto diluita e separarla richiede grandi impianti e molta energia, idealmente rinnovabile.

Dove posso approfondire?

Una panoramica è disponibile sulla voce dedicata alla cattura e sequestro del carbonio di Wikipedia.