Nell’Odissea, Omero descrive un mare “colore del vino” e un cielo di bronzo, ma non lo chiama mai azzurro. Non è una svista poetica: nei testi più antichi di moltissime culture la parola per indicare il blu semplicemente non c’è. Come è possibile che i nostri antenati “non vedessero” il colore del cielo e del mare? La risposta è una delle storie più affascinanti al confine tra lingua, cervello e cultura.
Il mistero del mare “colore del vino”
Tutto comincia da una domanda che un uomo di Stato inglese si pose a metà dell’Ottocento. William Gladstone, futuro primo ministro britannico e grande studioso di Omero, notò una stranezza leggendo l’Iliade e l’Odissea: i colori descritti dal poeta erano pochissimi e usati in modo per noi bizzarro.
Il mare veniva definito “colore del vino”, il miele era “verde”, il cielo era paragonato al bronzo. Ma da nessuna parte, in migliaia di versi, compariva la parola “blu” o “azzurro”. Gladstone contò le occorrenze dei termini di colore e si accorse che il nero e il bianco erano citati moltissime volte, il rosso qualche decina, mentre il blu era del tutto assente.
Non solo Omero
La cosa sorprendente è che questa non era una peculiarità del solo poeta greco. Pochi anni dopo, lo studioso tedesco Lazarus Geiger allargò l’indagine ad altri testi antichi di culture diverse: i poemi vedici dell’antica India, le saghe islandesi, i testi ebraici e altri ancora.

Un’assenza che si ripete
Il risultato fu sempre lo stesso: il blu era l’ultimo colore a comparire, quando compariva. In molti di quei testi si trovavano parole per il nero, il bianco, il rosso e in seguito il giallo e il verde, ma il blu mancava a lungo. Culture lontanissime tra loro sembravano aver “scoperto” il blu solo in un secondo momento della loro storia.
L’ordine universale dei colori
Un secolo dopo, negli anni Sessanta del Novecento, due ricercatori misero ordine in tutto questo. Studiando decine di lingue di tutto il mondo, scoprirono che i termini di colore compaiono quasi sempre in una sequenza sorprendentemente regolare.
Se una lingua ha solo due parole per i colori, queste indicano il chiaro e lo scuro (in pratica bianco e nero). La terza parola a comparire è quasi sempre il rosso. Poi arrivano il verde e il giallo. E solo dopo tutti questi compare il blu. Il blu, insomma, è quasi ovunque uno degli ultimi colori a ricevere un nome proprio.
Perché proprio il blu?
Una spiegazione riguarda la natura stessa. Il blu è un colore raro nel mondo che ci circonda: quasi non esistono animali, piante o cibi realmente blu. Il cielo e il mare, gli unici oggetti blu davvero grandi, per giunta non hanno un “bordo” netto né un colore stabile, e forse per questo non spingevano a coniare un termine apposito. Se una cosa non serve nominarla per distinguerla dalle altre, la lingua tende a non farlo.
L’eccezione egizia
C’è però una civiltà antica che il blu lo nominava eccome: quella egizia. Non è un caso. Gli egizi furono tra i primi a produrre artificialmente un pigmento blu, il cosiddetto “blu egizio”, con cui decoravano oggetti, tombe e gioielli. Avendo imparato a fabbricare il colore, avevano anche la necessità e il modo di nominarlo. La regola sembra quindi essere questa: le culture danno un nome al blu quando imparano a produrlo.

Ma allora i nostri antenati erano daltonici?
Qui arriva il punto più importante, per evitare un grosso equivoco. No, gli antichi greci e le altre popolazioni non erano fisicamente incapaci di vedere il blu. I loro occhi erano identici ai nostri e distinguevano perfettamente le lunghezze d’onda della luce. Quello che mancava non era la vista, ma la parola, e con essa la categoria mentale per raggruppare quel colore.
Un esperimento rivelatore
Studi condotti su popolazioni contemporanee che nella loro lingua non separano nettamente il blu dal verde hanno mostrato qualcosa di curioso. Messe di fronte a una serie di quadrati verdi con uno solo azzurro, queste persone faticavano a individuare rapidamente quello diverso. Al contrario, distinguevano al volo sfumature di verde che a noi sembrerebbero identiche, perché la loro lingua ha molte parole per i vari toni di verde. Avere o non avere una parola, insomma, cambia il modo in cui il cervello ordina e riconosce i colori.
Lingua e percezione: un legame profondo
Questa storia tocca una delle grandi domande della linguistica: quanto la lingua che parliamo influenza il modo in cui percepiamo la realtà? Il caso del blu suggerisce che le parole non si limitano a descrivere il mondo, ma ci aiutano a “tagliarlo” in categorie. Non vediamo colori diversi perché abbiamo occhi diversi, ma li organizziamo e li notiamo in modo diverso a seconda delle parole che abbiamo a disposizione.
È un fenomeno che si collega alla scienza stessa della percezione dei colori, di cui abbiamo parlato spiegando perché il cielo è azzurro. Per approfondire il rapporto tra lingua e distinzione dei colori si può consultare questa sintesi enciclopedica sulla distinzione tra blu e verde nelle lingue.

Un cielo che aspettava un nome
La prossima volta che alzerete gli occhi verso un cielo azzurro, provate a pensare che per gran parte della storia umana quel colore non aveva un nome. Non perché nessuno lo vedesse, ma perché nessuno sentiva ancora il bisogno di chiamarlo. Il blu, in fondo, è stato lì da sempre: ha solo dovuto aspettare che le parole lo raggiungessero.
Domande frequenti
È vero che gli antichi non vedevano il blu?
Non è del tutto esatto. Vedevano il blu come noi, perché i loro occhi erano identici ai nostri. Quello che mancava, in molte lingue antiche, era una parola specifica per indicare quel colore.
Perché Omero chiama il mare “colore del vino”?
Perché il greco antico dell’epoca non aveva un termine preciso per il blu. Omero descriveva i colori con parole legate più alla luminosità e all’intensità che alla tonalità come la intendiamo oggi.
Quale colore compare per ultimo nelle lingue?
Quasi sempre il blu. Gli studi mostrano che le lingue tendono a nominare prima il chiaro e lo scuro, poi il rosso, quindi il verde e il giallo, e solo alla fine il blu.
Perché il blu arriva così tardi?
Perché in natura è un colore raro: quasi non esistono oggetti, animali o cibi blu. Senza la necessità di distinguere qualcosa di blu, le lingue non coniavano un nome apposito.
Perché gli egizi avevano una parola per il blu?
Perché furono tra i primi a produrre artificialmente un pigmento blu, il “blu egizio”. Avendo imparato a fabbricare il colore, ebbero anche bisogno di un nome per indicarlo.
La lingua influenza davvero come vediamo i colori?
Secondo diversi esperimenti, sì, almeno in parte. Avere una parola per un colore rende più rapido riconoscerlo e distinguerlo. Le parole aiutano il cervello a organizzare in categorie ciò che l’occhio percepisce.