Il fruscio che senti al telefono è finto

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Quando al telefono nessuno parla, quel leggero fruscio che senti non arriva dall’altra parte: lo fabbrica il tuo apparecchio, apposta. Si chiama rumore di comfort, e senza di lui passeresti metà delle chiamate a chiedere «pronto, ci sei ancora?».

Non è un difetto e non è la linea che gracchia. È una piccola finzione messa lì dagli ingegneri, e la trovi in quasi ogni telefonata che fai oggi, dal cellulare al centralino dell’ufficio.

Come facciamo a saperlo?

Basta leggere le regole con cui viaggiano le telefonate su internet. Il documento con cui l’organismo che scrive gli standard della rete descrive il formato del rumore di comfort è molto esplicito: durante le pause, il telefono che riceve deve «produrre una quantità appropriata di rumore». Produrre, non ricevere. Quel sottofondo nasce nella tua mano.

Per capire perché, bisogna tornare ai vecchi telefoni col filo. Lì il fruscio era vero: elettricità che correva nel rame, piccoli disturbi, il ronzio lontano della centrale. Nessuno ci faceva caso, eppure tutti lo ascoltavano, perché era il segnale che la linea era viva.

Poi le telefonate sono diventate digitali, spezzettate in pacchetti di dati. E qualcuno ha fatto un conto furbo: in una conversazione, per più di metà del tempo nessuno parla. Uno ascolta, l’altro pensa, tutti e due respirano. Perché spedire pacchetti pieni di niente? Così i sistemi hanno imparato a riconoscere il silenzio e a smettere di trasmettere.

Il silenzio perfetto che metteva ansia

Il risultato era un silenzio assoluto, da stanza insonorizzata. E alla gente non piaceva per niente. Qualcuno riattaccava convinto che la chiamata fosse caduta, altri interrompevano di continuo per controllare che l’altro fosse ancora lì.

Nel 2004 il giornalista Tim Greene raccolse su Network World la testimonianza di Bob Longhini, che stava provando i nuovi telefoni via internet per Kolbe & Kolbe, un’azienda americana di finestre. Le chiamate erano così pulite che i colleghi diventavano nervosi. La sua sintesi: «La qualità è quasi troppo buona».

La soluzione è stata rimettere il rumore, ma finto. Quando smetti di parlare, il tuo telefono se ne accorge e manda all’altro un pacchetto minuscolo, una specie di biglietto: «qui adesso c’è silenzio, e il sottofondo suona più o meno così». Il telefono dall’altra parte legge la descrizione e ricostruisce un fruscio simile. Un po’ di traffico se sei per strada, il brusio morbido di una stanza se sei in casa. Quello che senti non è l’ambiente dell’altro: è una sua imitazione, confezionata sul posto.

Se fai attenzione, a volte te ne accorgi: appena l’altro riprende a parlare, il sottofondo cambia appena, come quando in un film si passa da una scena all’altra. Quanto rumore mettere, poi, è una scelta di gusto più che di scienza: troppo poco e la chiamata sembra morta, troppo e sembra una linea sporca. Ogni costruttore lo dosa a modo suo.

È una delle tante cose che i tuoi apparecchi fanno senza dirtelo, come il telecomando che lampeggia con una luce che non vedi. E come per il riso che non salva il telefono bagnato, quello che credevamo di sapere sul telefono era un po’ diverso dalla realtà.

E il cellulare, mentre taci, fa una cosa ancora più strana

Sui cellulari il trucco va oltre. Già con le reti degli anni Novanta, mentre ascolti in silenzio, il telefono spegne quasi del tutto il suo trasmettitore: risparmia batteria e disturba meno le altre chiamate. Ogni tanto manda solo un breve riassunto del rumore che ha intorno, e basta.

Per l’altro capo sembra che tu sia lì, con il tuo tram che passa e il frigo che ronza. In realtà il tuo telefono sta quasi zitto, e un altro telefono sta recitando la tua stanza. Chi si ricorda la prima webcam puntata su una caffettiera sa che la tecnologia ha sempre avuto un debole per i piccoli inganni utili.

Anche il silenzio, al telefono, è una ricostruzione.

Fonti

IETF, RFC 3389: Real-time Transport Protocol Payload for Comfort Noise
Tim Greene, «When silence sounds too, well, silent», Network World
3GPP TS 46.031, Discontinuous Transmission (DTX) for full rate speech traffic channels

Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2026