Il francobollo più famoso d’Italia, quello che tutti nominano quando vogliono dire «roba rarissima», in realtà così raro non è. Di Gronchi rosa ne esistono decine di migliaia, e il motivo è una corsa contro il tempo finita male in un giorno di primavera.
È il 3 aprile 1961. Negli uffici postali arrivano tre francobolli nuovi, fatti per celebrare il viaggio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Argentina, Uruguay e Perù. Ognuno mostra il Sud America con il Paese di turno messo in evidenza. Quello dedicato al Perù è il più caro della serie, ed è di un bel rosa acceso.
Il disegnatore, Renato Mura, per tracciare la cartina aveva aperto un atlante De Agostini di qualche anno prima. Troppi anni prima. Nel frattempo il Perù aveva combattuto una guerra con l’Ecuador e i suoi confini erano stati ridisegnati a suo favore. Sul francobollo italiano, quel pezzo di Amazzonia conquistato non c’era.
Chi se ne accorse per primo?
Chi aveva più motivi per farlo: l’ambasciatore del Perù in Italia. La protesta arrivò subito, e con il presidente ormai in partenza per quel viaggio, l’incidente diplomatico era servito. Il ministro delle Poste, Lorenzo Spallino, bloccò la distribuzione e ordinò di recuperare ogni esemplare. Nel giro di poche ore i fogli rosa cominciarono a tornare indietro dagli sportelli di tutta Italia.
Pochi giorni dopo usciva la versione corretta: stesso disegno, stesso prezzo, colore grigio e Perù finalmente intero. I collezionisti la chiamano, senza troppa fantasia, Gronchi grigio.
Non è la prima volta che una cartina combina guai: anche i nomi sulle mappe sanno ingannare, come racconta la storia della Groenlandia ghiacciata e dell’Islanda verde.
Allora perché è diventato un mito?
Qui arriva il colpo di scena. Il ritiro fu tutt’altro che perfetto. Di francobolli rosa ne erano stati stampati quasi due milioni, e quando le Poste rifecero i conti ufficio per ufficio, all’appello mancavano quelli già venduti allo sportello. Lo stesso ministero ne ammise più di settantamila, e secondo i conteggi pubblicati dai filatelisti erano anche qualcuno in più. Quanti siano davvero, nessuno lo sa: i numeri ufficiali e quelli degli appassionati non tornano.
Per un vero francobollo raro, di solito, si parla di poche decine di pezzi, a volte di uno solo. Non a caso un bollettino dell’Accademia italiana di filatelia analitica lo ha definito, con affetto, «il francobollo raro più comune d’Italia». Un esemplare nuovo e certificato, all’asta, oggi passa di mano più o meno al prezzo di un telefono di fascia media.
A farne una leggenda è stata la fama, più che la rarità. I giornali ne parlarono da subito, i commercianti dell’epoca seppero vendere bene la storia, e quel rosa piaceva a tutti. Da allora la domanda che ogni collezionista si sente fare da parenti e amici è sempre la stessa: «Ma ce l’hai il Gronchi rosa?».
Quello che vale davvero
C’è però un Gronchi rosa che fa girare la testa ai collezionisti. È quello che qualcuno comprò allo sportello quel primo giorno, incollò su una busta e spedì prima che arrivasse l’ordine di ritiro. Le buste viaggiate e timbrate prima del blocco sono pochissime, e all’asta possono arrivare a cifre da utilitaria.
Proprio per questo i falsi sono tanti, e spesso fatti bene: chi ne compra uno senza il certificato di un perito si porta a casa, quasi sempre, un bel pezzo di carta rosa. Le Poste di quegli anni, del resto, erano abituate alle stranezze: a Roma e Milano c’è stato un tempo in cui le lettere viaggiavano nei tubi.
Così il Gronchi rosa più prezioso non è quello conservato con cura in un album. È quello che qualcuno usò per spedire una lettera. Senza sapere niente.
Fonti
Focus, Perché il Gronchi rosa è un francobollo così raro
AIFA flash n. 9, 1961/2021: 60 anni di Gronchi rosa, il francobollo raro più comune d’Italia
Ultimo aggiornamento: 25 ottobre 2026
