Quando a Roma e Milano le lettere viaggiavano nei tubi

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Fino al 1981, a Roma e a Milano, una lettera urgente poteva attraversare la città sottoterra, chiusa in un cilindro di metallo e sparata dall’aria come un pallino da una cerbottana. Niente postino in bicicletta: in pochi minuti il messaggio sbucava dall’altra parte del centro, magari nell’ufficio postale davanti a casa tua.

Si chiamava posta pneumatica. Se hai visto un tubo del genere in un ospedale o in un vecchio film ambientato in banca, conosci già il principio. Quello che pochi sanno è che da noi non era un giocattolo da ufficio: era una rete vera, sepolta sotto le strade come le fognature.

Una città bucata da tubi

Il primo impianto italiano entra in funzione a Milano nel 1913. Poi arrivano Roma e Napoli, e lì la lista si chiude: nessun’altra città italiana l’ha mai avuto. Nel dopoguerra la rete romana conta circa sessantacinque chilometri di condutture, che partono da due grandi centrali, a San Silvestro e in via Marsala, accanto a Termini. Quella milanese è poco più piccola, come ricostruisce il museo della Fondazione proPosta.

Dentro ci viaggiavano soprattutto telegrammi ed espressi, cioè la posta che non poteva aspettare il giro del portalettere. In un’Italia dove il telefono ce l’avevano in pochi, era il modo più rapido per far arrivare due righe dall’altra parte della città. Non era nemmeno l’unica trovata bizzarra per far correre i messaggi: Parigi assediata, qualche decennio prima, si affidava ai piccioni.

Come fa una lettera a correre in un tubo?

Il trucco stava in tre passaggi. Primo: all’ufficio di smistamento la corrispondenza veniva divisa in pacchetti, uno per ogni linea, e infilata in un bossolo, un cilindro che si teneva comodamente in mano e poteva contenere fino a ottanta lettere.

Secondo: il bossolo entrava nel tubo e una centrale piena di motocompressori a pistoni, macchinoni da sala macchine di nave, spingeva aria alle sue spalle. Il cilindro faceva da tappo, l’aria non poteva superarlo e quindi se lo portava dietro, più veloce di qualunque tram nel traffico del centro. Le foto di quelle centrali romane le conserva l’archivio storico di Poste Italiane, e sembrano scattate in un sommergibile.

Terzo: all’arrivo il bossolo usciva dal tubo, un impiegato lo apriva e le lettere ripartivano a piedi con un fattorino per l’ultimo tratto. Una staffetta: il tubo faceva la corsa lunga, l’uomo l’ultimo pezzo.

E a Berlino ci si corteggiava

Altrove la stessa idea prese strade più allegre. Nella Berlino degli anni Venti alcuni locali notturni, come il Resi, avevano tubi pneumatici e telefoni sui tavolini: potevi spedire un bigliettino al tavolo accanto senza alzarti dalla sedia. Le centraliniste però leggevano tutto e bloccavano i messaggi troppo spinti. Un antenato delle app di incontri, con la censura incorporata, come racconta Il Post.

Dove sono finiti i tubi?

Il telefono, entrando in ogni casa, ha fatto alla posta pneumatica quello che l’email ha fatto al fax. Nel 1981 il servizio chiude senza troppi rimpianti. I tubi però non sono spariti: secondo la Fondazione proPosta alcuni di quei tunnel oggi ospitano cavi in fibra ottica. In certi tratti, insomma, i video che guardi in streaming passano dove una volta correvano i telegrammi. Succede anche a Roma, la stessa città dove il mezzogiorno lo dà ancora un cannone: certe abitudini sotterranee sopravvivono a tutto.

Il trucco per accorgertene domani? Fai caso al risucchio quando in un ospedale un cilindro sparisce nella parete, o quando la cassiera di certi supermercati spedisce l’incasso nel tubo sopra la sua testa. Dentro ci sono provette o banconote, ma il meccanismo è lo stesso che correva sotto Milano. Lì però dentro c’erano gli auguri urgenti.

Fonti

Fondazione proPosta, Posta pneumatica
Postenews n. 22, «Come eravamo», in collaborazione con l’Archivio Storico di Poste Italiane
TG Poste, Dalla posta pneumatica agli hub
Il Post, Negli anni Venti a Berlino si flirtava coi tubi pneumatici

Ultimo aggiornamento: 8 ottobre 2026