Cercava buchi neri che esplodono e trovò il Wi-Fi

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Il Wi-Fi che stai usando adesso è nato da una caccia fallita. Un ingegnere australiano passò anni ad ascoltare il cielo in cerca di buchi neri che esplodono, non ne trovò nemmeno uno e, quasi per sbaglio, mise le basi per la connessione senza fili di casa tua.

Si chiamava John O’Sullivan. Nel 1974 lavorava al radiotelescopio di Westerbork, nei Paesi Bassi: una fila di grandi parabole bianche piantate in mezzo ai campi della campagna olandese. Quell’anno Stephen Hawking aveva pubblicato un articolo con un titolo da film: i buchi neri più piccoli, diceva, perdono energia piano piano e alla fine scoppiano. Se era vero, quell’ultimo lampo doveva arrivare fino a noi anche come un brevissimo segnale radio.

Come si ascolta un’esplosione lontanissima?

Il problema era tutto lì. Un segnale partito da così lontano arriva sporco, sbavato, mescolato al rumore di fondo dell’universo. È come cercare di riconoscere una voce in una stazione affollata, ascoltandola attraverso un muro. O’Sullivan e i suoi colleghi misero a punto un metodo matematico per ripulire quei segnali e rimettere in ordine i pezzi arrivati in ritardo.

Il cielo però restò muto. Nessun buco nero esplose davanti alle loro antenne, e a oggi nessuno ne ha mai visto uno. La ricerca finì in un cassetto, insieme all’idea.

Il problema delle stanze piene di eco

Quasi vent’anni dopo O’Sullivan era tornato in Australia, al CSIRO, l’ente di ricerca nazionale. All’inizio degli anni Novanta i computer erano ancora legati alla scrivania da un cavo, e tutti cercavano di liberarli. Il guaio era dentro le case e gli uffici. Le onde radio rimbalzano su muri, mobili, persone. Al ricevitore arriva lo stesso messaggio più volte, con piccoli ritardi, e le copie si pestano i piedi a vicenda. Il risultato era una connessione lenta e piena di errori.

Il colpo di scena arriva qui. Quel pasticcio di eco era identico al problema che O’Sullivan aveva affrontato guardando il cielo: un segnale debole, arrivato a pezzi e in disordine. Il gruppo riprese i vecchi calcoli degli astronomi, li chiuse dentro un chip e nel 1992 depositò il brevetto. Il trucco consiste nel dividere i dati in tante piccole trasmissioni parallele, ciascuna abbastanza lenta da non essere disturbata dai rimbalzi. Poi il chip le rimette insieme.

Quella tecnica è finita negli standard del Wi-Fi moderno e, come racconta lo stesso CSIRO, oggi gira in miliardi di oggetti: telefoni, portatili, stampanti, console, televisori.

Chi ha inventato davvero il Wi-Fi?

Qui serve un po’ di onestà. L’idea di base, spezzare un segnale in tanti canali paralleli, circolava nei laboratori americani già negli anni Sessanta, e il Wi-Fi è il lavoro di centinaia di ingegneri sparsi per il mondo, un po’ come la radio dopo Marconi. Il contributo australiano è stato renderla veloce e robusta dentro le stanze vere, quelle con i muri. Su questo i tribunali hanno dato ragione al CSIRO: dopo lunghe cause, i grandi marchi dell’elettronica hanno firmato accordi di licenza che hanno portato all’ente circa 430 milioni di dollari australiani. Qualcuno, nell’industria, li ha chiamati furbi. Loro hanno reinvestito quei soldi nella ricerca.

O’Sullivan ha ricevuto il più alto premio scientifico australiano, e nel discorso raccontato da Science in Public la storia viene ricordata proprio così: gli astronomi non trovarono i buchi neri, ma trovarono il modo di liberare il computer dalle catene. Non è l’unica invenzione nata di traverso: anche il forno a microonde è figlio di un incidente, e la prima webcam del mondo serviva solo a controllare una caffettiera.

Una cosa, però, è rimasta come nel 1974. I buchi neri che esplodono, quelli che hanno acceso tutta questa storia, nessuno li ha ancora visti. Il router di casa tua sì, funziona.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 3 ottobre 2026