Il 13 maggio 1978 il Parlamento italiano approvò la legge 180, passata alla storia come “legge Basaglia”: l’Italia diventò il primo grande Paese al mondo a decidere la chiusura dei manicomi. Una svolta che cambiò il modo di pensare la malattia mentale. Ecco cosa successe quel giorno e perché se ne parla ancora.
Cos’è la legge Basaglia, in breve
La legge 13 maggio 1978, n. 180 — “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” — stabilì il superamento degli ospedali psichiatrici, vietò la costruzione di nuovi manicomi e bloccò i nuovi ricoveri in quelli esistenti, prevedendo di gestire la malattia mentale attraverso servizi territoriali. Pochi mesi dopo, i suoi princìpi confluirono nella legge 833 del dicembre 1978, quella che istituì il Servizio sanitario nazionale.
Il nome popolare deriva da Franco Basaglia, lo psichiatra che più di ogni altro ne ispirò lo spirito, anche se la legge porta in realtà la firma del relatore parlamentare Bruno Orsini.
Com’erano i manicomi prima del 1978
Per capire la portata della riforma bisogna ricordare cos’erano gli “ospedali psichiatrici” italiani. La legge che li regolava risaliva al 1904: prevedeva il ricovero delle persone considerate “pericolose a sé o agli altri” o di “pubblico scandalo”, spesso senza un vero percorso di cura. Una volta entrati, molti non uscivano più. Chi veniva internato perdeva i diritti civili e finiva annotato nel casellario giudiziario, come se l’essere malati fosse un reato.
Le condizioni interne, denunciate da inchieste, fotografie e libri dagli anni Sessanta in poi, erano spesso durissime: sovraffollamento, contenzioni, isolamento, scarsa igiene, terapie usate più per “tenere calmi” che per curare.

Chi era Franco Basaglia
Franco Basaglia (Venezia 1924 – 1980) era uno psichiatra che, dirigendo dal 1961 l’ospedale psichiatrico di Gorizia, cominciò a smontare dall’interno il modello manicomiale: niente più reti di contenzione, riunioni in cui pazienti e personale discutevano insieme, porte aperte. La sua idea di fondo è riassunta in una frase diventata celebre: “Visto da vicino, nessuno è normale”. Per Basaglia il manicomio non curava la malattia: la cronicizzava, trasformando le persone in “internati”.
Negli anni Settanta, da Trieste, portò avanti l’esperienza più radicale, smantellando progressivamente l’ospedale psichiatrico cittadino e sostituendolo con servizi diffusi nel territorio. Quel laboratorio diventò il riferimento per la legge nazionale.
Cosa successe il 13 maggio 1978
La legge 180 fu approvata in tempi sorprendentemente rapidi, anche perché incombeva un referendum abrogativo sulla vecchia normativa: il Parlamento preferì intervenire prima del voto popolare. Il testo passò con un ampio consenso trasversale. In poche pagine, fissava alcuni princìpi rivoluzionari:
- i trattamenti sanitari, anche in psichiatria, sono di norma volontari;
- il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) diventa una misura eccezionale, limitata nel tempo, decisa con garanzie precise e con possibilità di ricorso;
- la cura della salute mentale si fa sul territorio, attraverso servizi pubblici, non più rinchiudendo le persone;
- è vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici e ammettere nuovi pazienti in quelli esistenti.
Una rivoluzione anche culturale
La legge non si limitava a chiudere edifici: cambiava il modo di guardare alla sofferenza psichica. Il malato di mente smetteva di essere un problema di ordine pubblico per diventare un cittadino con dei diritti e, quando possibile, una persona da reinserire nella comunità: casa, lavoro, relazioni. Da qui sono nate esperienze come le cooperative sociali che impiegano persone con disagio psichico, di cui Trieste fu antesignana.
Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità ha più volte indicato l’esperienza italiana come un modello di riferimento per la “deistituzionalizzazione”.

Le critiche e i problemi applicativi
La 180 fu anche molto contestata, e in parte lo è ancora. Le critiche principali:
- Servizi territoriali insufficienti: la legge prevedeva alternative ai manicomi, ma in molte regioni quelle alternative (centri di salute mentale, comunità, assistenza domiciliare) furono finanziate poco e male, lasciando famiglie sole a gestire situazioni difficili.
- Chiusura lenta: i vecchi ospedali psichiatrici non sparirono nel 1978. La chiusura definitiva fu imposta solo da leggi successive, negli anni Novanta; gli ultimi pazienti uscirono a cavallo del 2000.
- Il nodo della pericolosità: resta aperto il dibattito su come conciliare libertà di cura, diritto alla salute e sicurezza nei casi più gravi.
Va ricordato che gravi problemi di salute mentale richiedono percorsi specialistici: chi vive un disagio, proprio o di un familiare, dovrebbe rivolgersi ai servizi sanitari e al proprio medico, non cercare soluzioni “fai da te”.
Il TSO oggi: cos’è davvero
Spesso si parla di “TSO” come se fosse un internamento. Non lo è. Il trattamento sanitario obbligatorio attuale è una procedura eccezionale: serve quando una persona ha bisogno urgente di cure, le rifiuta e non ci sono alternative; va proposto da un medico, convalidato da un secondo medico di struttura pubblica, disposto dal sindaco e comunicato al giudice tutelare, che può annullarlo. Dura sette giorni, prorogabili solo se necessario e motivato. È, in sostanza, l’opposto del ricovero illimitato e senza controlli dei manicomi.
Perché se ne parla ancora
La legge 180 è considerata una delle riforme civili più importanti dell’Italia repubblicana, insieme a quelle su divorzio e diritto di famiglia. Ha ispirato leggi simili in altri Paesi e ha reso l’Italia un caso di studio internazionale. Allo stesso tempo, il dibattito su quanto sia stata applicata bene — e su quante risorse meriti oggi la salute mentale — è tuttora vivo, soprattutto dopo gli anni difficili della pandemia, che hanno aumentato il bisogno di assistenza psicologica.
Per approfondire la storia e il testo della riforma è utile la voce “Legge Basaglia” su Wikipedia. Se ti interessano le grandi date che hanno cambiato il Paese, puoi leggere anche 12 maggio 1797: il giorno in cui finì la Repubblica di Venezia.

Domande frequenti
La legge Basaglia ha “liberato i pazzi”?
No. Ha stabilito che la malattia mentale si cura con servizi sanitari sul territorio e non rinchiudendo le persone a vita in manicomio. Le persone che avevano bisogno di cure hanno continuato a riceverle, in forme diverse.
Chi ha scritto la legge 180?
Il relatore parlamentare fu Bruno Orsini, della Democrazia Cristiana. Il nome “legge Basaglia” deriva dall’influenza decisiva di Franco Basaglia e del suo movimento sulle idee contenute nel testo.
I manicomi hanno chiuso davvero nel 1978?
No. Dal 1978 fu vietato costruirne di nuovi e ammettere nuovi pazienti, ma la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici esistenti fu completata solo tra la fine degli anni Novanta e il 2000, grazie a leggi successive.
Che differenza c’è tra manicomio e TSO?
Il manicomio era un ricovero potenzialmente illimitato, deciso in chiave di ordine pubblico, con perdita dei diritti civili. Il TSO è una misura sanitaria eccezionale, breve (sette giorni), con più controlli medici e giudiziari, pensata per garantire cure urgenti rispettando i diritti della persona.
L’Italia è stata l’unico Paese a chiudere i manicomi?
È stata la prima a farlo per legge in modo netto e nazionale. Molti altri Paesi hanno avviato processi di “deistituzionalizzazione”, ma con tempi, modalità e risultati diversi. L’esperienza italiana è spesso citata come pioniera.
La riforma ha funzionato?
Il giudizio è dibattuto: i princìpi sono considerati validi e all’avanguardia, ma l’applicazione è stata diseguale tra le regioni, soprattutto per la cronica scarsità di risorse destinate ai servizi di salute mentale. È uno dei motivi per cui se ne discute ancora oggi.