Tumore al colon: con l’immunoterapia pazienti liberi da quasi 3 anni

Condividi l'articolo

Una notizia che fa ben sperare arriva dalla ricerca oncologica europea. Pazienti con tumore al colon trattati con sole nove settimane di un’immunoterapia prima dell’intervento chirurgico sono rimasti liberi dalla malattia per quasi tre anni. Lo studio, presentato a maggio 2026, potrebbe cambiare il modo in cui si affronta una delle forme di cancro più diffuse al mondo.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

Lo studio, chiamato NEOPRISM-CRC e coordinato da centri britannici, ha coinvolto pazienti con tumore al colon localizzato e una specifica caratteristica genetica: l’instabilità dei microsatelliti (MSI-high), presente in circa il 15% dei tumori del colon. A questi pazienti sono state somministrate tre dosi di pembrolizumab nelle nove settimane precedenti l’operazione chirurgica.

I risultati sono stati straordinari: a quasi tre anni dall’intervento, tutti i pazienti monitorati erano ancora liberi dalla malattia. È un risultato che ribalta lo schema classico di trattamento, dove la chemioterapia viene somministrata dopo la chirurgia, spesso con effetti collaterali pesanti.

Cos’è il pembrolizumab e come agisce

Il pembrolizumab (nome commerciale Keytruda) è un anticorpo monoclonale che appartiene alla classe degli inibitori del checkpoint immunitario. Funziona “togliendo i freni” al sistema immunitario, permettendogli di riconoscere e attaccare le cellule tumorali che riescono a sfuggire alla sorveglianza naturale del corpo.

Il principio è semplice ma rivoluzionario: invece di colpire direttamente il tumore, l’immunoterapia insegna al sistema immunitario a farlo da sé. È una strategia già utilizzata con successo nel melanoma e in alcuni tumori del polmone.

Ricercatore analizza campioni in laboratorio
L’immunoterapia nasce da decenni di ricerca di base sulle interazioni tra cellule tumorali e sistema immunitario.

Perché i tumori MSI-high rispondono così bene

I tumori con instabilità dei microsatelliti accumulano molte mutazioni nel DNA. Questo li rende paradossalmente più visibili al sistema immunitario, perché producono numerose proteine anomale che le difese del corpo possono identificare come “estranee”. Per questo motivo rispondono in modo particolarmente positivo all’immunoterapia.

Un cambiamento di paradigma nella cura del colon

Il tumore al colon-retto è il terzo tumore più diagnosticato al mondo e la seconda causa di morte oncologica in Europa. Lo schema classico prevede l’asportazione chirurgica del tumore seguita, nei casi a rischio, da mesi di chemioterapia. Un approccio efficace ma faticoso, che lascia spesso strascichi di tossicità a lungo termine.

Il protocollo NEOPRISM-CRC propone qualcosa di diverso: brevissimi cicli di immunoterapia prima della chirurgia, con la possibilità in molti casi di evitare del tutto la chemioterapia post-operatoria. Nove settimane invece di sei mesi, con risultati uguali o superiori.

I numeri che fanno sperare

Su 32 pazienti coinvolti nello studio iniziale e seguiti nel tempo, nessuno aveva sviluppato recidive a 36 mesi. Una percentuale di guarigione che, se confermata su numeri più ampi, supererebbe quella della chemioterapia tradizionale. Lo studio è ora in espansione e si attendono i dati di follow-up più lunghi.

Studio clinico ricerca medica pembrolizumab
Gli studi clinici come NEOPRISM-CRC seguono i pazienti per anni per valutare l’efficacia a lungo termine.

Cosa cambia per i pazienti italiani

In Italia il pembrolizumab è già rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per diverse indicazioni oncologiche. L’estensione all’uso pre-operatorio nei tumori del colon MSI-high dovrà passare attraverso le procedure di approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), un percorso che richiede in genere uno o due anni.

Nel frattempo, alcuni centri oncologici italiani partecipano a studi clinici simili. I pazienti possono informarsi presso i propri oncologi sulla possibilità di entrare in un trial.

Perché la diagnosi precoce resta fondamentale

Le terapie innovative funzionano meglio quando il tumore è ancora localizzato. La diagnosi precoce, soprattutto attraverso lo screening del sangue occulto nelle feci e la colonscopia preventiva dopo i 50 anni, resta l’arma più potente contro il cancro al colon-retto. Per maggiori informazioni sull’andamento globale di questa neoplasia, è utile consultare i dati pubblicati dall’Osservatorio Globale sul Cancro dell’OMS.

In Italia il programma di screening è gratuito tra i 50 e i 69 anni e ha già contribuito a ridurre la mortalità del 30%. Eppure l’adesione resta sotto il 50% in molte regioni: c’è margine per fare meglio.

L’immunoterapia oltre il colon

La buona notizia che arriva dal NEOPRISM-CRC si inserisce in un trend più ampio: l’immunoterapia sta cambiando il volto dell’oncologia. Tumori che fino a vent’anni fa avevano prognosi infausta oggi vengono trattati con farmaci che lavorano insieme al sistema immunitario del paziente.

Nel 2026 sono stati pubblicati risultati molto promettenti anche per il tumore al pancreas con vaccini a mRNA personalizzati, per l’osteosarcoma e per il tumore al seno triplo negativo. La medicina di precisione sta diventando realtà.

Analisi DNA ricerca genetica tumori
L’analisi genetica del tumore identifica i pazienti con instabilità dei microsatelliti, quelli che rispondono meglio.

Le sfide ancora aperte

Non tutti i tumori del colon sono MSI-high: la maggior parte dei casi rientra nella categoria MSI-stable, dove l’immunoterapia da sola non funziona altrettanto bene. La ricerca sta esplorando combinazioni con altri farmaci e nuove molecole per estendere i benefici a una platea più ampia di pazienti.

Resta inoltre il problema dei costi: l’immunoterapia è cara e i sistemi sanitari pubblici devono trovare un equilibrio tra innovazione e sostenibilità. Le evidenze di efficacia come quelle del NEOPRISM-CRC sono però uno strumento prezioso per negoziare prezzi più sostenibili.

Una notizia di speranza, da leggere con realismo

Tre anni sono un periodo significativo ma non definitivo: nei tumori del colon le recidive possono presentarsi anche dopo cinque o sette anni. Per questo la cautela degli oncologi è giustificata e l’entusiasmo va dosato. Tuttavia, il segnale è chiaro: per una parte di pazienti l’immunoterapia rappresenta una rivoluzione concreta.

Se ti interessa approfondire come funziona il sistema immunitario nella lotta contro i tumori, ti consigliamo l’articolo sugli anticorpi più antichi del pianeta, una curiosità che apre nuove strade nella ricerca oncologica.

Domande frequenti sull’immunoterapia per il colon

Che cos’è l’instabilità dei microsatelliti?

È un’alterazione del DNA in cui sequenze ripetute si accumulano in modo anomalo. Si trova in circa il 15% dei tumori del colon ed è un biomarcatore che predice la risposta all’immunoterapia.

Il pembrolizumab ha effetti collaterali?

Sì, come tutte le immunoterapie può scatenare reazioni autoimmuni: infiammazioni di tiroide, polmoni, intestino o pelle. Sono in genere gestibili e meno gravi di quelle della chemioterapia.

Lo studio è già concluso?

Lo studio NEOPRISM-CRC è ancora in corso e sta ampliando il numero di pazienti coinvolti. I dati a quasi tre anni di follow-up sono stati appena presentati a maggio 2026.

Quando sarà disponibile in Italia?

Il pembrolizumab è già in uso, ma l’indicazione pre-operatoria per il colon richiederà l’approvazione delle agenzie regolatorie. Si parla in genere di uno o due anni dopo la pubblicazione completa dei dati.

Posso partecipare a uno studio clinico?

Sì, in Italia diversi centri oncologici partecipano a trial sull’immunoterapia. Il proprio oncologo può valutare se sussistono i criteri di inclusione e indirizzare a un centro di riferimento.

Come si previene il tumore al colon?

Le strategie più efficaci sono lo screening dopo i 50 anni, una dieta ricca di fibre e povera di carni rosse lavorate, l’attività fisica regolare e l’abolizione del fumo. La diagnosi precoce salva vite.