Il 16 maggio 1884 un imprenditore torinese di nome Angelo Moriondo deposita all’Esposizione Generale di Torino il brevetto numero 33/256 di una «nuova macchina a vapore per la confezione economica e istantanea della bevanda caffè». È l’atto di nascita ufficiale della macchina del caffè espresso, anche se il nome «espresso» arriverà molti anni dopo. Una storia italiana che parte da un albergatore con la passione per i meccanismi.
Chi era Angelo Moriondo
Angelo Moriondo nasce a Torino il 6 febbraio 1851 in una famiglia di imprenditori della ristorazione. Il padre Giacomo gestiva la fabbrica di cioccolato Moriondo e Gariglio, gli zii avevano osterie e ristoranti. Angelo studia da contabile ma sceglie presto il commercio: a vent’anni gestisce il Grand-Hôtel Ligure in piazza Carlo Felice e il Caffè Americano nella centralissima Galleria Nazionale.
Torino, in quegli anni, è la capitale industriale del giovane Regno d’Italia. Il caffè è una bevanda quotidiana per la borghesia urbana ma la sua preparazione resta artigianale: si fa bollire la polvere in acqua per minuti interi, con risultati lenti e disomogenei. Moriondo, da uomo di locale, conosce il problema in prima persona: i clienti aspettano troppo.
Il problema da risolvere: tempo e qualità
A fine Ottocento un caffè a Torino richiede in media tra cinque e dieci minuti. La caffettiera napoletana, brevettata da Morize nel 1819, ha tempi simili e un sapore spesso amaro per la lunga estrazione. Nei locali affollati questo significa code, clienti irritati e ricavi persi.
L’idea di Moriondo è semplice ma rivoluzionaria: usare la pressione del vapore per attraversare la polvere di caffè in pochi secondi, ottenendo una bevanda più aromatica e veloce. Non inventa il principio (il vapore era già usato per altre estrazioni), ma è il primo a integrarlo in una macchina pensata per servire più tazze contemporaneamente.

Il brevetto del 16 maggio 1884
L’Esposizione Generale Italiana di Torino del 1884 è una vetrina mondiale. Moriondo allestisce uno stand e presenta la sua macchina: una struttura imponente in metallo, alta circa 1,5 metri, con una caldaia che produce vapore e un sistema di tubi che lo convogliano attraverso il filtro contenente la polvere.
Il 16 maggio deposita il brevetto. Il documento, conservato all’Archivio di Stato di Torino, descrive in nove pagine un congegno con «termometro a quadrante, manometro, valvole di sicurezza» e la capacità di preparare «caffè all’uso italiano e all’uso francese». Vince la medaglia di bronzo dell’Esposizione. È la prima certificazione ufficiale di una tecnologia che cambierà il bar italiano.
Perché Moriondo non è famoso quanto dovrebbe
Moriondo commette un errore strategico: non industrializza la sua invenzione. Costruisce le macchine artigianalmente per i suoi locali e per pochi clienti scelti. Non fonda una fabbrica, non vende licenze, non si preoccupa di proteggere il brevetto all’estero. Le sue macchine restano confinate a Torino.
Nel 1901 un ingegnere milanese, Luigi Bezzera, brevetta una versione perfezionata e più piccola, pensata per il servizio singolo. Nel 1903 il commerciante Desiderio Pavoni acquista i diritti e inizia la produzione industriale con il marchio La Pavoni. Sarà Pavoni a esporre per primo le sue macchine a Milano nel 1906 chiamandole «caffè espresso», battezzando definitivamente la bevanda.
Espresso: cosa significa davvero la parola
«Espresso» nel lessico di inizio Novecento non significa «veloce» nel senso moderno. Significa «fatto su richiesta», «preparato espressamente per quel cliente». È l’opposto del caffè che attendeva nella caraffa: ogni tazzina veniva preparata al momento, solo quando il cliente la chiedeva.
Questa distinzione è cruciale: tradisce un’idea di servizio personalizzato che diventerà il cuore della cultura italiana del bar. Da allora ogni espresso è un piccolo rituale costruito sul cliente specifico.
La rivoluzione tecnica del Novecento
Gaggia e la crema
Nel 1948 a Milano l’ingegnere Achille Gaggia inventa il sistema a pistone manuale: la pressione passa da 1,5 atmosfere a 9. Il caffè non viene più estratto dal vapore ma dall’acqua sotto pressione. Nasce la crema, quella schiuma color nocciola che oggi è il marchio di qualità di ogni espresso.
Faema e la pompa elettrica
Nel 1961 la Faema E61 introduce la pompa rotativa elettrica e il pre-infusione automatica. È il modello che ancora oggi tutte le macchine professionali rincorrono come standard di riferimento.
La macchina domestica
Negli anni Settanta la De’Longhi e l’Olivetti portano l’espresso in casa. Negli anni Duemila le macchine a capsule chiudono il cerchio: l’invenzione di Moriondo diventa un gesto quotidiano per centinaia di milioni di persone.

Come funziona un espresso oggi
Lo standard tecnico dell’espresso italiano è codificato. Sette grammi di caffè macinato finemente, pressati con circa 15 chilogrammi di forza, attraversati da acqua a 90-92 gradi sotto una pressione di 9 atmosfere per 25-30 secondi. Il risultato sono 25 millilitri di bevanda con crema persistente.
Ogni parametro fuori range cambia il sapore. Acqua più fredda significa estrazione incompleta e gusto acidulo. Pressione minore produce un caffè acquoso. Tempo eccessivo libera tannini amari. La perfezione, secondo gli esperti, sta in quello che i tostatori chiamano la danza: l’equilibrio tra macinatura, dose, temperatura e tempo che cambia ogni giorno con l’umidità.
L’espresso patrimonio Unesco
Nel marzo 2024 la candidatura del «rito del caffè espresso italiano» è entrata nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. La motivazione non parla solo della bevanda ma del contesto: il bancone, la prossimità tra barista e cliente, l’idea che il caffè si beva in piedi in due o tre minuti, la dimensione sociale del «prendiamoci un caffè».
È un riconoscimento che chiude il cerchio iniziato 141 anni fa da Moriondo a Torino: una piccola tecnologia industriale ha generato una pratica culturale che oggi viene tutelata come bene immateriale dell’umanità.

I numeri dell’espresso italiano
- Ogni giorno in Italia si consumano circa 95 milioni di tazzine di caffè
- I bar in attività sono oltre 149 mila
- Il prezzo medio nazionale di un espresso al bar nel 2025 è di 1,21 euro
- L’Italia esporta torrefatto in oltre 130 paesi
- Sei famiglie italiane su sette hanno una macchina espresso domestica
Torino e il monumento mancato
A Torino, città natale dell’invenzione, manca ancora un monumento ad Angelo Moriondo. Una targa lo ricorda in via Roma, davanti all’edificio dove sorgeva il suo Grand-Hôtel Ligure. Il Museo del Caffè Lavazza, aperto nel 2018 nel quartiere Aurora, gli dedica una sezione con la riproduzione della macchina del 1884. Le associazioni di torrefattori hanno proposto di intitolargli una piazza, per ora senza esito.
Se passate da Torino, vale la pena soffermarsi davanti a quella targa con una tazzina in mano: senza quell’uomo discreto, l’odore di caffè che entra ogni mattina nelle case di mezzo mondo sarebbe diverso. Per approfondire la cultura del caffè in Italia rimando anche a la storia del cappuccino, sorella maggiore di questa avventura. La fonte ufficiale sulla biografia di Moriondo è la voce di Wikipedia e l’archivio brevetti dell’Esposizione 1884.
Domande frequenti
Chi ha inventato la macchina del caffè espresso?
Il brevetto più antico è del torinese Angelo Moriondo, depositato il 16 maggio 1884. La sua macchina era a uso collettivo e usava vapore. La versione per la singola tazzina è stata perfezionata nel 1901 da Luigi Bezzera e industrializzata nel 1903 da Desiderio Pavoni.
Perché si chiama «espresso»?
Dal latino expressus, «spinto fuori»: indica la rapidità con cui l’acqua viene espressa attraverso il caffè. All’inizio del Novecento il termine significava anche «preparato espressamente al momento per il cliente».
Quanta caffeina contiene un espresso?
Una tazzina standard contiene tra 60 e 80 mg di caffeina, meno di una tazza di caffè filtro americano (95-200 mg). La sensazione di forza è dovuta alla concentrazione, non alla quantità totale.
Dove si conserva il brevetto originale?
Il documento è conservato all’Archivio Centrale dello Stato a Roma e all’Archivio di Stato di Torino. Una copia è esposta al Museo Lavazza.
L’espresso è davvero più sano del caffè americano?
I dati scientifici sono ambigui. La quantità di caffeina è minore, ma alcuni composti come il cafestolo (legato al colesterolo) sono più concentrati. Per dubbi consulta un medico, in particolare se hai problemi cardiovascolari.
Cosa rende davvero «italiano» un espresso?
Più che la macchina, è il contesto. Tazzina piccola, bere in piedi al bancone, conversazione con il barista, durata totale di 2-3 minuti. È questa cultura del bar che l’Unesco sta valutando come patrimonio immateriale.