Esiste un esercito, nel cuore dell’Africa, che dopo ogni battaglia raccoglie i propri feriti, li riporta a casa e li cura fino a rimetterli in piedi. Non è un romanzo di guerra: è la vita quotidiana della formica Matabele, l’unico insetto conosciuto capace di prestare un vero soccorso medico ai compagni. Una scoperta che ha costretto la scienza a rivedere ciò che pensava di sapere sull’altruismo animale.
Chi è la formica Matabele
La formica Matabele (nome scientifico Megaponera analis) è una specie di grandi dimensioni diffusa nell’Africa subsahariana, dal Senegal al Sudafrica. Deve il suo nome al popolo guerriero Matabele, celebre nell’Ottocento per le incursioni fulminee: un paragone tutt’altro che casuale, perché queste formiche sono predatrici specializzate che vivono di razzie.
Le operaie possono superare il centimetro e mezzo di lunghezza, il che le rende tra le formiche più imponenti del continente. Vivono in colonie relativamente piccole, da qualche centinaio fino a un paio di migliaia di individui, e hanno un menù estremamente ristretto: mangiano quasi esclusivamente termiti.
Cacciatrici di termiti: battaglie ogni giorno
Da due a quattro volte al giorno, le esploratrici individuano un sito dove le termiti stanno raccogliendo cibo. Al ritorno reclutano una colonna di guerriere che marcia in fila ordinata, a volte per decine di metri, fino al luogo dell’attacco. È una delle poche formiche che si spostano in formazione così disciplinata, tanto da sembrare un plotone in miniatura.
All’arrivo scoppia il combattimento. Le formiche più grandi sfondano le difese e spaccano le gallerie, mentre le più piccole afferrano le prede e le trascinano indietro. Le termiti, però, non sono bersagli inermi: dispongono di soldati con mandibole potenti, addestrati proprio a difendere la colonia.
Il campo di battaglia e le ferite
Le termiti soldato mordono, si aggrappano e amputano. Non è raro che una formica Matabele torni dalla razzia con una o più zampe mozzate, o con un soldato termite ancora attaccato al corpo. In una singola incursione, una parte significativa delle guerriere riporta ferite di vario grado.
Per una colonia piccola, perdere operaie a ogni battaglia sarebbe un lusso insostenibile. Ed è qui che entra in gioco il comportamento che ha reso celebri queste formiche: invece di abbandonare i feriti sul campo, come fa la stragrande maggioranza degli insetti sociali, le Matabele li recuperano.
Un SOS chimico: la chiamata dei feriti
Una formica ferita non viene notata per caso. Rilascia dalle ghiandole mandibolari un segnale chimico – una miscela di composti come il dicloroil dolicodiale – che funziona come una richiesta di aiuto. Le compagne vicine percepiscono il messaggio, si avvicinano e caricano il ferito, riportandolo al nido in posizione ripiegata per accelerare il trasporto.
Il “pronto soccorso” del formicaio
Una volta al sicuro nel nido, comincia la fase più sorprendente. Le compagne non si limitano a mettere al riparo il ferito: lo curano. Tengono l’arto danneggiato tra le mandibole e le zampe anteriori e “leccano” la ferita in modo intenso, per diversi minuti. Non è un gesto simbolico: è un trattamento che fa la differenza tra la vita e la morte.
Gli studi condotti dal biologo Erik T. Frank e dal suo gruppo all’Università di Würzburg hanno misurato l’effetto: senza cure, la maggioranza delle formiche con ferite infette muore nel giro di 24 ore. Con le cure delle compagne, la mortalità crolla drasticamente. In pratica, il pronto soccorso del formicaio riduce di circa il 90% i decessi dovuti alle infezioni.

La medicina delle formiche: le secrezioni antimicrobiche
Come fanno a “disinfettare”? La risposta sta in una struttura chiamata ghiandola metapleurale, che produce un cocktail di sostanze. Le analisi hanno identificato oltre un centinaio di composti chimici, e circa la metà possiede proprietà antimicrobiche o di supporto alla cicatrizzazione. Applicandoli sulla ferita, le formiche tengono sotto controllo i batteri, proprio come farebbe una pomata antibiotica.
Ancora più impressionante: le Matabele sembrano capaci di distinguere una ferita infetta da una pulita, e adattano l’intensità del trattamento di conseguenza. È una forma di diagnosi rudimentale, condotta con l’olfatto.
Una forma di triage: chi curare e chi no
La cosa più spiazzante è che queste formiche praticano una sorta di triage, la selezione dei feriti tipica della medicina d’emergenza. Le formiche con una o due zampe in meno vengono soccorse e curate. Quelle gravissime, che hanno perso cinque zampe su sei, di norma vengono lasciate indietro.
Il meccanismo, però, non è una fredda decisione presa dall’alto: dipende dal comportamento del ferito stesso. La formica lievemente danneggiata resta immobile e ripiega le zampe, facilitando il trasporto. Quella gravemente ferita si agita e si dimena, rendendo di fatto impossibile portarla via. È il ferito, in un certo senso, a “decidere” se cooperare con i soccorsi.
Amputazioni? Attenzione a non confondere le specie
Spesso si legge che le formiche “amputano” gli arti dei compagni per salvarli. È vero, ma riguarda una specie diversa: la formica carpentiere della Florida (Camponotus floridanus), che in alcuni casi rosicchia via una zampa ferita per bloccare la diffusione dell’infezione. Le Matabele, invece, hanno scelto un’altra strada: quella della disinfezione chimica. Due popoli di insetti, due sistemi sanitari differenti, entrambi straordinari.
Questo comportamento di cura ricorda quanto siano sofisticate le strategie degli insetti anche in altri campi, come le raffinate tecniche di caccia e parassitismo di cui abbiamo parlato raccontando la vespa smeraldo che trasforma gli scarafaggi in zombie.

Perché questa scoperta è così importante
Fino a pochi anni fa si pensava che la cura delle ferite fosse un’esclusiva dell’essere umano e, al massimo, di alcuni primati. Le formiche Matabele hanno dimostrato che un comportamento medico complesso – riconoscere un ferito, soccorrerlo, disinfettarlo e persino selezionare i casi curabili – può emergere anche in un cervello grande come un granello di sabbia.
Per i ricercatori, studiare le sostanze antimicrobiche prodotte da questi insetti non è solo curiosità: in un’epoca in cui l’antibiotico-resistenza è una delle grandi minacce sanitarie globali, capire come una formica combatte le infezioni potrebbe ispirare nuove molecole utili anche per noi. Chi volesse approfondire i dettagli della ricerca può leggere gli studi dell’Università di Würzburg sulla “medicina delle formiche”.

Domande frequenti
Dove vive la formica Matabele?
Nell’Africa subsahariana, in un’ampia fascia che va dal Senegal fino al Sudafrica, prediligendo savane e ambienti dove abbondano le termiti di cui si nutre.
Le formiche Matabele curano davvero le ferite?
Sì. Riportano i feriti al nido e ne trattano le lesioni con secrezioni antimicrobiche, riducendo in modo drastico la mortalità dovuta alle infezioni. È l’unico caso noto di vero soccorso medico tra gli insetti.
Come fanno a sapere chi soccorrere?
Il ferito emette un segnale chimico dalle ghiandole mandibolari che richiama le compagne. Inoltre le formiche distinguono le ferite infette da quelle pulite grazie all’olfatto.
È vero che praticano il triage?
In pratica sì: soccorrono le formiche con lesioni lievi, mentre quelle gravissime restano indietro. La differenza dipende soprattutto dal comportamento del ferito, che collabora o si agita.
Sono le formiche che amputano gli arti?
No, le amputazioni documentate riguardano la formica carpentiere della Florida. Le Matabele usano invece la disinfezione chimica delle ferite.
Questa scoperta può essere utile all’uomo?
Potenzialmente sì. Lo studio delle sostanze antimicrobiche prodotte da queste formiche potrebbe suggerire nuove strategie contro i batteri resistenti agli antibiotici.