Meriggiare: significato e storia di una parola poetica

Condividi l'articolo

C’è una parola italiana che racchiude in sé un intero pomeriggio d’estate: il caldo che ferma il tempo, l’ombra di un muro, il silenzio rotto solo dal frinire delle cicale. Quella parola è “meriggiare”, oggi quasi dimenticata ma resa immortale da una delle poesie più celebri del Novecento. Riscopriamone il significato e la storia.

Che cosa significa meriggiare

Meriggiare è un verbo intransitivo che significa trascorrere le ore centrali e più calde della giornata in riposo, al riparo dal sole, di solito all’ombra. È il gesto di chi, nelle ore di punta dell’estate, cerca un angolo fresco per fermarsi e lasciar passare la calura.

Il termine non indica semplicemente “riposare”: porta con sé un’atmosfera precisa, fatta di lentezza, di sospensione, di un tempo che sembra dilatarsi sotto il sole di mezzogiorno. È una parola che descrive non solo un’azione, ma uno stato d’animo.

Una parola legata agli animali e alla campagna

In origine “meriggiare” si riferiva soprattutto al bestiame: si diceva che le greggi e le mandrie “meriggiavano” quando si raccoglievano all’ombra durante le ore più calde, in attesa che il sole calasse. Dal mondo contadino il verbo è poi passato a indicare anche il riposo delle persone.

Gregge di pecore all'ombra in campagna nelle ore calde
In origine il verbo indicava il bestiame raccolto all’ombra nelle ore calde.

L’etimologia: dal latino meridies

Per capire l’origine della parola bisogna risalire al sostantivo “meriggio”, che indica il mezzogiorno e le prime ore del pomeriggio. “Meriggio” deriva dal latino meridies, che significa proprio “mezzogiorno”, cioè il momento in cui il Sole raggiunge il punto più alto nel cielo.

Curiosamente, meridies nasce a sua volta da una trasformazione di medius dies, “metà del giorno”. Dalla stessa radice provengono parole familiari come “meridiana”, l’antico orologio solare, e “meridione”, il Sud, perché a mezzogiorno il Sole si trova in direzione meridionale. Meriggiare, dunque, è letteralmente “passare il meriggio”.

Montale e “Meriggiare pallido e assorto”

Se oggi conosciamo ancora questa parola, lo dobbiamo soprattutto a Eugenio Montale. Il poeta ligure, premio Nobel per la letteratura nel 1975, aprì una delle sue liriche più famose proprio con questo verbo: «Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto». La poesia è contenuta nella raccolta Ossi di seppia, pubblicata nel 1925.

In quei versi il meriggio diventa il simbolo di un’esistenza arida e immobile, schiacciata dal sole e dal silenzio. Montale descrive un paesaggio assolato e riarso, in cui l’uomo osserva la natura minuta — formiche, serpi, cocci di vetro — e percepisce con dolore i limiti della propria condizione. Grazie a questi versi, “meriggiare” è entrato nell’immaginario collettivo come parola poetica per eccellenza.

Vecchio muro assolato di un orto in estate
Il «rovente muro d’orto» evocato dai versi di Montale.

Perché è una parola desueta

Nonostante la sua bellezza, meriggiare è oggi una parola desueta, cioè caduta in disuso nel linguaggio quotidiano. Quasi nessuno, descrivendo un pomeriggio passato all’ombra, direbbe “ho meriggiato”. Preferiamo espressioni più comuni come “ho riposato” o “mi sono messo all’ombra”.

Le ragioni di questo abbandono sono diverse. La parola era legata a un mondo rurale e a ritmi di vita scanditi dal sole, oggi sempre più lontani. Inoltre il suo registro è alto, letterario: la sentiamo più adatta a una poesia che a una conversazione. Eppure proprio questa patina di antico la rende preziosa.

Parole della stessa famiglia

Attorno a “meriggiare” ruota un piccolo gruppo di termini affini: il “meriggio”, le ore calde del giorno; il “meriggiare” come riposo; e, in alcune varianti regionali, il sostantivo “meriggia”, che indica l’ombra in cui ci si ripara. Sono parole che condividono la stessa luce abbagliante e la stessa promessa di frescura.

Dizionario aperto su una scrivania di legno
Riscoprire le parole desuete arricchisce la lingua.

Riscoprire le parole dimenticate

Recuperare termini come meriggiare non è solo un esercizio nostalgico. Ogni parola desueta custodisce un modo di guardare il mondo, una sfumatura che le parole di tutti i giorni non riescono a cogliere. Riportarle in vita, magari in uno scritto o in una conversazione curata, significa arricchire la lingua e mantenerne viva la memoria. Le lingue del mondo, del resto, sono piene di termini che racchiudono interi stati d’animo: ne abbiamo parlato raccontando la parola filippina gigil, intraducibile in italiano. Per approfondire significato e usi del verbo si può consultare la voce dedicata sul vocabolario Treccani.

Domande frequenti

Che cosa significa meriggiare?

Significa trascorrere le ore più calde della giornata in riposo, al riparo dal sole, di solito all’ombra. È un verbo dal sapore poetico e oggi poco usato.

Da dove deriva la parola meriggiare?

Deriva da “meriggio”, a sua volta dal latino meridies (“mezzogiorno”), nato dall’espressione medius dies, cioè “metà del giorno”.

Chi ha reso famosa la parola meriggiare?

Eugenio Montale, con la poesia «Meriggiare pallido e assorto», contenuta nella raccolta Ossi di seppia del 1925.

Meriggiare è una parola ancora usata?

È considerata desueta: nel parlato quotidiano è quasi scomparsa e sopravvive soprattutto in contesti letterari o poetici.

Qual è il significato di meriggio?

Il meriggio indica il mezzogiorno e le prime ore del pomeriggio, cioè il momento in cui il Sole è più alto nel cielo.

Esistono parole simili a meriggiare?

Sì, appartengono alla stessa famiglia “meriggio”, “meridiana” e “meridione”, tutte legate al latino meridies e all’idea di mezzogiorno.