Nel cuore della foresta del Borneo, tre giovani oranghi hanno appena riconquistato la libertà dopo anni passati nei centri di riabilitazione gestiti dalla Borneo Orangutan Survival Foundation. È una storia che ci ricorda quanto può fare la pazienza: per insegnare a un primate cresciuto in cattività a sopravvivere da solo nella giungla servono cure veterinarie, tempo, una vera «scuola» della foresta e una rete internazionale di volontari.
Una buona notizia dal Kalimantan
Il rilascio di tre oranghi nella foresta protetta di Kehje Sewen, in Kalimantan orientale, è stato annunciato a maggio 2026 dalle organizzazioni che si occupano del recupero dei grandi primati indonesiani. Per chi conosce la fragilità della specie è una notizia importante: l’orango del Borneo (Pongo pygmaeus) è considerato in pericolo critico dalla Lista Rossa IUCN. Ogni esemplare che torna libero è una piccola vittoria contro il rischio di estinzione.
Chi sono i tre nuovi liberi
I tre individui sono giovani adulti, due femmine e un maschio, arrivati ai centri di riabilitazione anni fa come orfani. Alcuni erano stati confiscati al commercio illegale di animali da compagnia, altri salvati da piantagioni di palma da olio dove le madri erano state uccise. Ognuno è arrivato traumatizzato, denutrito, incapace di costruire un nido o di trovare frutta da solo.
Le storie individuali raccontano un percorso difficile: dagli esami sanitari iniziali al lungo addestramento nelle «scuole della foresta», fino alle isole pre-rilascio in cui i candidati alla libertà vengono osservati senza intervento umano per verificare che ce la facciano davvero da soli.

Come funziona la scuola degli oranghi
I centri della Borneo Orangutan Survival Foundation, noti come BOSF, accolgono ogni anno decine di cuccioli orfani. Il percorso è suddiviso in fasi precise: la nursery per i più piccoli, la prima «scuola elementare» con piccole arrampicate sotto la supervisione degli umani, poi la «scuola media» con prove di costruzione del nido e infine la «scuola superiore» nella vera foresta.
Imparare a costruire un nido
Sembra incredibile, ma persino la capacità di costruire un nido di rami va insegnata agli orfani: in natura la imparerebbero osservando la madre per i primi otto anni di vita. Senza quella guida, gli operatori sostituiscono pazientemente l’insegnamento materno.
Imparare a temere le serpi e i predatori
Un altro passaggio fondamentale è la capacità di riconoscere i pericoli. Cuccioli abituati agli umani non hanno paura di niente, ma in foresta è una pessima idea. La diffidenza viene allenata progressivamente, con esercizi e ambienti sempre più simili alla natura.
Kehje Sewen: la foresta del ritorno
La foresta di Kehje Sewen è un’area protetta di oltre 86.000 ettari nel Kalimantan orientale, gestita dalla BOSF come riserva di reintroduzione. Qui gli oranghi vengono rilasciati gradualmente, monitorati con radio-collari e visite di controllo da parte di squadre specializzate. È uno dei pochi siti al mondo dove la specie può tornare a vivere in un habitat realmente sicuro, lontano da disboscamenti e bracconaggio.
La scelta del sito non è casuale: deve garantire frutta a sufficienza, alberi alti per i nidi, popolazioni vicine già consolidate e bassa pressione antropica. La sopravvivenza dipende da tutti questi fattori insieme.

Perché l’orango è così a rischio
Il Borneo ha perso circa metà della sua foresta tropicale in pochi decenni. L’espansione delle piantagioni di palma da olio è la causa principale, accompagnata da disboscamento illegale e incendi. Una stima conservativa parla di oltre 100.000 oranghi spariti dal solo Borneo tra il 1999 e il 2015, secondo i dati pubblicati su Nature Ecology & Evolution.
Il commercio illegale di cuccioli è la conseguenza più visibile della distruzione: madri uccise per prelevare i piccoli, destinati al mercato nero degli animali esotici. Ogni cucciolo recuperato dai centri di riabilitazione racconta una di queste storie.
Il lavoro silenzioso delle comunità locali
I successi della BOSF non sarebbero possibili senza il coinvolgimento delle comunità locali. Pattuglie composte da personale indonesiano monitorano le aree protette, segnalano la presenza di bracconieri e raccolgono dati sulla salute degli animali. Le donne dei villaggi vicini partecipano attivamente come «mamme adottive» per gli orfani più piccoli, dedicando ore al lavoro di accudimento ogni giorno.
La filiera coinvolge anche tecnici veterinari, biologi, formatori e personale logistico. Liberare tre oranghi richiede in media diversi anni di lavoro e cifre considerevoli, ma è la prova che la conservazione funziona quando si combinano risorse, competenze e sensibilità.
Cosa significa «liberare» davvero
La liberazione non è un atto simbolico: è il risultato di una valutazione veterinaria approfondita, dell’osservazione del comportamento e di analisi genetiche. Solo gli esemplari sani, autosufficienti e geneticamente compatibili con la popolazione selvatica vengono ammessi al rilascio. Una volta in foresta, gli oranghi vengono comunque seguiti dal personale per mesi, in caso di necessità.
Se vuoi conoscere altre storie di animali tornati in natura, leggi anche il nostro articolo su le tartarughe giganti tornate a Floreana.

Cosa possiamo fare noi
Sostenere chi lavora sul campo, ridurre il consumo di prodotti contenenti olio di palma non certificato sostenibile, scegliere certificazioni RSPO, non condividere foto di scimmie usate come animali da compagnia: sono gesti piccoli ma utili. La pressione del pubblico ha effettivamente contribuito al cambiamento di rotta di molte aziende alimentari negli ultimi dieci anni.
Inoltre, donazioni anche piccole sostengono i centri di riabilitazione. Adottare simbolicamente un orango orfano è una formula sempre più popolare di sostegno a distanza.
Una specie che ci somiglia
Gli oranghi condividono con noi circa il 97% del DNA. Usano strumenti, riconoscono volti, mostrano segni di empatia. I ricercatori che studiano il loro comportamento parlano spesso di vere e proprie culture locali: tecniche di apertura dei frutti che cambiano da una foresta all’altra, suoni e gesti propri di certi gruppi e non di altri. Perdere un orango significa perdere anche una parte di questa eredità culturale unica al mondo.
Una notizia che dà fiducia
In un’epoca di numeri scoraggianti sulla biodiversità, le storie come quella dei tre oranghi liberati a Kehje Sewen ci ricordano che è ancora possibile invertire la rotta, almeno individuo per individuo. Il salvataggio non è la soluzione strutturale alla crisi delle foreste, ma è il segno che competenze, cooperazione internazionale e tempo possono fare la differenza.
Domande frequenti
Quanti oranghi sono stati liberati finora in Borneo?
La BOSF e altre organizzazioni hanno reintrodotto in foresta più di 500 individui negli ultimi vent’anni, ma il numero esatto varia a seconda dell’organizzazione e del centro di provenienza.
Quanto costa salvare un orango?
Tra cure veterinarie, anni di riabilitazione e operazioni di rilascio, le stime parlano di decine di migliaia di euro per ogni esemplare reintrodotto con successo.
Perché alcuni oranghi non possono essere liberati?
Esemplari con disabilità permanenti, traumi gravi o malattie infettive vengono ospitati a vita nei centri come santuari.
Qual è la differenza tra orango del Borneo e di Sumatra?
Sono due specie distinte (Pongo pygmaeus e Pongo abelii), con caratteristiche fisiche e comportamentali diverse. C’è anche una terza specie scoperta nel 2017, l’orango di Tapanuli.
L’orango è cacciato per la sua carne?
Sì, in alcune aree, oltre che per il commercio illegale di cuccioli e per gli scontri con gli agricoltori delle piantagioni.
Come capisco se un prodotto contiene olio di palma sostenibile?
Controlla l’etichetta: la certificazione RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) è la principale, anche se imperfetta, garanzia attualmente disponibile a livello globale.