Nel cuore della guerra in Bosnia degli anni ’90, mentre Sarajevo veniva colpita da granate e cecchini, un gruppo di bibliotecari, insegnanti e cittadini comuni compì una delle operazioni culturali più incredibili del XX secolo. Non avevano armi, uniformi o protezioni speciali. Avevano solo scatole di cartone, automobili private e una convinzione fortissima: salvare i libri significava salvare la memoria di un popolo.
La loro storia sembra uscita da un film, eppure è completamente reale. Durante l’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, migliaia di manoscritti antichi e documenti rarissimi furono sottratti al fuoco e nascosti nei sotterranei della città mentre tutto intorno veniva distrutto.
La città sotto assedio
L’assedio di Sarajevo iniziò nel 1992 durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. La città rimase circondata per 1.425 giorni, diventando il più lungo assedio della storia moderna europea.
Gli abitanti vivevano senza elettricità, con poca acqua e poco cibo, sotto il costante pericolo dei cecchini appostati sulle colline. Attraversare una strada poteva significare morire. Interi quartieri venivano colpiti ogni giorno dalle bombe.
In questo scenario devastante, uno degli obiettivi più simbolici fu la Biblioteca Nazionale e Universitaria della Bosnia-Erzegovina, ospitata nella splendida Vijecnica, un edificio austro-ungarico costruito alla fine dell’Ottocento.
La notte in cui la biblioteca bruciò
Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, la biblioteca venne colpita da proiettili incendiari. Le fiamme si diffusero rapidamente tra scaffali e archivi.
Dentro l’edificio erano custoditi circa due milioni di libri, giornali e documenti storici. Tra questi c’erano manoscritti ottomani, testi medievali, archivi storici della Bosnia e opere uniche impossibili da sostituire.
Le immagini di quella notte sono ancora oggi impressionanti: pagine in fiamme che volavano nel cielo di Sarajevo come uccelli incandescenti.
Molti pompieri non riuscirono ad avvicinarsi a causa dei cecchini che sparavano contro chi tentava di spegnere l’incendio. Eppure, nel caos totale, alcuni bibliotecari decisero di entrare lo stesso.
I bibliotecari che sfidarono le pallottole
Tra il fumo e le esplosioni, gruppi di volontari formarono catene umane per portare fuori quanti più libri possibile. Non esisteva un piano preciso: ogni minuto era improvvisazione pura.
I manoscritti venivano caricati in scatole recuperate nei mercati, spesso scatole di banane perché robuste e facili da trasportare. Altri usarono lenzuola, sacchi o semplici borse.
Le auto private diventavano mezzi di salvataggio culturale. I volontari attraversavano strade sotto tiro per trasportare i documenti nei sotterranei, nelle moschee, nelle cantine e in altri luoghi nascosti della città.
Molti raccontarono che quei libri sembravano quasi fermare le pallottole, non in senso letterale, ma perché rappresentavano qualcosa di più forte della guerra stessa. Difendere quei testi significava opporsi alla distruzione della memoria collettiva.
Un patrimonio che valeva più della vita
Per capire il coraggio di quelle persone bisogna ricordare un dettaglio importante: nessuno era obbligato a farlo.
I bibliotecari rischiavano la vita per salvare documenti che molti consideravano semplici oggetti. Ma per loro quei libri erano la storia della Bosnia, la prova dell’incontro tra culture diverse — musulmana, cristiana, ebraica e slava — che per secoli avevano convissuto nella regione.
Distruggere gli archivi significava cancellare le tracce di quella convivenza.
Per questo il salvataggio dei manoscritti è oggi considerato uno dei più grandi esempi di resistenza culturale del Novecento. In mezzo alla guerra etnica, quei volontari proteggevano l’idea stessa di una società multiculturale.
Cosa venne salvato davvero?
Non tutto purtroppo sopravvisse. Una parte enorme della collezione andò perduta per sempre. Si stima che circa il 90% del materiale della biblioteca sia stato distrutto.
Ma migliaia di opere riuscirono comunque a salvarsi grazie ai volontari.
Manoscritti ottomani
Testi antichi scritti in turco ottomano, arabo e persiano, alcuni risalenti a centinaia di anni fa.
Archivi storici bosniaci
Documenti amministrativi e culturali fondamentali per ricostruire la storia del Paese.
Libri rari e collezioni uniche
Opere che non esistevano in nessun’altra biblioteca del mondo.
Molti di questi materiali vennero nascosti per mesi o anni in sotterranei umidi e bui, protetti come tesori segreti.
La rinascita della Vijecnica
Dopo la guerra, la Biblioteca Nazionale divenne uno dei simboli della rinascita di Sarajevo.
Il restauro della Vijecnica durò anni e richiese grandi investimenti internazionali. L’edificio riaprì ufficialmente nel 2014, quasi ventidue anni dopo l’incendio.
Oggi i visitatori possono ammirare di nuovo le sue sale decorate in stile moresco, anche se le cicatrici della guerra restano parte della sua identità.
Molti dei libri perduti non potranno mai essere recuperati. Eppure il fatto che una parte della collezione sia sopravvissuta è merito del coraggio di persone comuni che decisero che la cultura meritava di essere difesa anche sotto le bombe.
Perché questa storia continua a colpire il mondo
La vicenda dei bibliotecari di Sarajevo non parla soltanto di libri. Parla del valore della memoria, della conoscenza e della cultura nei momenti in cui tutto sembra crollare.
In guerra vengono distrutti edifici, strade e monumenti. Ma spesso uno degli obiettivi più profondi è cancellare l’identità delle persone.
Quei volontari dimostrarono che salvare un manoscritto può diventare un atto di resistenza potente quanto difendere una città.
E forse è proprio questo il dettaglio più sorprendente della loro storia: mentre il mondo intorno a loro bruciava, decisero che alcune pagine dovevano sopravvivere per raccontare alle generazioni future chi erano stati.