Il pluriball che fai scoppiare tra le dita era nato per finire sui muri del soggiorno, come carta da parati. Non ha funzionato, e per fortuna di chiunque abbia mai spedito un vaso.
Due tende da doccia in un garage
New Jersey, 1957. Alfred Fielding è un ingegnere, Marc Chavannes un chimico svizzero, e insieme hanno un’idea che oggi suona strana: una tappezzeria di plastica con la superficie a rilievo, moderna, da vendere ai giovani della Beat generation. Nel garage di Fielding fanno passare due fogli di plastica, in pratica due tende da doccia, dentro una macchina che li salda col calore. Quello che esce è una pellicola piena di bollicine d’aria intrappolate.
Sul muro, però, non la vuole nessuno. Una parete che sembra un pacco in arrivo non è il sogno di chi arreda casa, e la carta da parati a bolle resta in magazzino.
Il piano B era la serra
I due non si arrendono. Si mettono a elencare tutti gli usi possibili e, secondo la ricostruzione dello Smithsonian Magazine, ne trovano centinaia. Il primo tentativo serio è l’isolamento delle serre: l’aria chiusa nelle bolle dovrebbe trattenere il calore. Risultato più o meno uguale a quello della tappezzeria. Il materiale isola poco e vende ancora meno.
Intanto fondano un’azienda con un nome che è già un programma, Sealed Air, cioè «aria sigillata». Il prodotto all’inizio si chiama Air Cap. Manca solo una cosa: qualcuno che ne abbia davvero bisogno.
Chi salvò le bolle? Un computer
Il colpo di scena arriva da IBM. L’azienda deve consegnare in giro per gli Stati Uniti il suo nuovo calcolatore, il 1401, la macchina che diventerà una specie di utilitaria dei computer aziendali. Il problema è il trasporto. Fino ad allora la roba delicata si imballa con carta di giornale appallottolata, paglia, perfino crine di cavallo. Il giornale protegge poco e lascia l’inchiostro su mani e macchinari.
Frederick Bowers, uno degli uomini del marketing di Sealed Air, va a proporre le bolle a IBM. Funziona. Dal 1961 la carta da parati mancata diventa materiale da imballaggio, e da lì non si ferma più: arrivano le buste imbottite, che negli anni Ottanta proteggono i floppy disk spediti per posta, poi l’era dei pacchi a domicilio. Il nome con cui lo conosce mezzo mondo, Bubble Wrap, è ancora un marchio registrato. Da noi è diventato semplicemente pluriball.
Non è l’unico oggetto di casa nato da un piano andato storto: anche il velcro e il forno a microonde hanno una storia simile, e ne trovi altre tra le nostre storie di invenzioni.
Una storia con qualche bolla d’aria
Un dubbio onesto c’è. Le ricostruzioni non coincidono su tutto: alcune spostano l’accordo con IBM di qualche anno, altre parlano di semplici fogli di plastica invece che di tende da doccia. Il cuore della vicenda però regge. Lo raccontano allo stesso modo lo Smithsonian e la rivista Invention & Technology, e il brevetto dei due inventori porta il titolo più asciutto che si possa immaginare: metodo per fabbricare materiale ammortizzante laminato. Della carta da parati, nemmeno una parola.
Resta il dettaglio migliore. Howard Fielding, figlio di Alfred, aveva circa cinque anni quando cominciò a giocarci, ed è probabilmente il primo bambino ad aver scoppiato il pluriball. Ricorda che le bolle di allora erano molto più grandi di quelle di oggi e facevano un botto più forte. Erano, dice, davvero divertenti da far scoppiare. Gli adulti della ditta, a dire il vero, le scoppiavano già da prima. Lo chiamavano controllo qualità.
Fonti
- David Kindy, «The Accidental Invention of Bubble Wrap», Smithsonian Magazine
- Emily Prokop, «Bubble Wrap: From Wallpaper to Stress Reliever», Invention & Technology
- Brevetto US3142599, «Method for Making Laminated Cushioning Material», Fielding e Chavannes
Ultimo aggiornamento: 2 novembre 2026
