Nel luglio del 1984 un giovane medico australiano bevve qualche cucchiaio di brodo pieno di batteri, apposta, per far ammalare il proprio stomaco. Si chiamava Barry Marshall, lavorava all’ospedale di Fremantle, vicino a Perth, e nessuno dei suoi colleghi gli credeva.
Lui e il patologo Robin Warren sostenevano una cosa che allora suonava come un’eresia: l’ulcera allo stomaco non la causano lo stress, il caffè o il cibo piccante, ma un microbo. Il problema era che, secondo i libri, nello stomaco i batteri non possono vivere. C’è troppo acido. Lo stomaco era considerato un posto sterile, e chi diceva il contrario veniva guardato come uno che ha confuso i campioni.
I batteri che crebbero durante le vacanze
Warren aveva visto al microscopio dei piccoli batteri a forma di spirale nelle biopsie di molti pazienti, sempre accanto a una mucosa infiammata. Marshall decise di coltivarli in laboratorio. Ci provò e riprovò, senza successo. Poi, durante le vacanze di Pasqua del 1982, le piastre di coltura rimasero nell’incubatrice per sbaglio, più a lungo del solito. Quando le ripresero in mano, erano coperte di colonie. Quel batterio cresceva lentamente: bastava aspettarlo. Era una specie mai descritta prima, e oggi la conosciamo come Helicobacter pylori.
Trovato il colpevole, serviva la prova. In medicina, per dire che un microbo causa una malattia, bisogna mostrare che fa ammalare un organismo sano. Gli esperimenti sugli animali non funzionavano. Warren non poteva fare da cavia, perché quei batteri li aveva già avuti e Marshall stesso lo aveva curato. Restava una sola persona disponibile.
Cosa successe dopo il brodo
Marshall si aspettava poco o niente. Molte persone ospitano quel batterio senza accorgersene, e nessuno dei suoi pazienti ricordava di aver «preso» un’ulcera. Invece, circa cinque giorni dopo, si svegliò di colpo e corse in bagno a vomitare. Andò avanti così per qualche giorno. Poi si fece fare una gastroscopia: lo stomaco era pieno di quei batteri a spirale e di globuli bianchi impegnati a combatterli. Lo ha raccontato con il suo humour asciutto in un’intervista radiofonica ai Naked Scientists di Cambridge: era un’infezione, né più né meno. E l’infiammazione era il terreno su cui, anni dopo, si sarebbe formata un’ulcera.
Non bastò a convincere tutti subito. Nella sua autobiografia per la Fondazione Nobel Marshall ricorda che i suoi lavori venivano rifiutati e le sue conclusioni contestate «perché semplicemente non potevano essere vere». Nel frattempo curava con successo pazienti che soffrivano da anni, alcuni dei quali rinunciarono a un intervento chirurgico ormai inutile. Tra i primi a seguire quella pista in Europa c’erano anche due medici italiani, Dino Vaira e Giovanni Gasparini.
Come finì
Nel 2005 Marshall e Warren ricevettero il premio Nobel per la medicina. Oggi l’ulcera causata da quel batterio si cura con gli antibiotici,. Per questioni personali, ovviamente, serve un medico.
Resta però un punto su cui la storia non è così lineare. Il batterio vive nello stomaco di moltissime persone che un’ulcera non la avranno mai, e perché alcuni si ammalino e altri no è una domanda ancora aperta. Lo stesso Marshall, che non si è mai descritto come un eroe solitario, ricorda che nei primi anni diversi gruppi nel mondo arrivavano agli stessi risultati. Nella galleria degli scienziati testardi, accanto al giovane Freud a caccia dei testicoli delle anguille e al ragazzo che restò sveglio undici giorni, Marshall occupa un posto speciale: è quello che la prova se l’è bevuta.
E il sapore di quel brodo? Nell’intervista Marshall rifiutò di descriverlo: non l’aveva ancora pubblicato. Disse solo che non era poi così male.
Fonti
Fondazione Nobel, discorso di presentazione del premio per la medicina 2005
Fondazione Nobel, Barry J. Marshall: biografia
The Naked Scientists, «The Man Who Ate His Own Experiments»
University of Western Australia, Happy 35th anniversary helicobacter
Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2026
