L’orca che aiutava i balenieri e pretendeva la lingua

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Per quasi cent’anni, in una baia dell’Australia, un branco di orche ha cacciato balene insieme agli uomini, come cani da pastore con i loro padroni. In cambio chiedevano una cosa sola: la lingua della preda.

Il capobranco, o almeno il più famoso, si chiamava Old Tom. E la sua storia comincia a finire in una giornata di vento, intorno al 1923, nelle acque di Twofold Bay, davanti alla cittadina di Eden.

Il giorno in cui qualcuno ruppe il patto

Sulla barca ci sono George Davidson, baleniere figlio e nipote di balenieri, e un allevatore in pensione, John Logan. Tom ha appena spinto verso di loro una balenottera, e gli uomini l’hanno arpionata. Di solito, a quel punto, si lega la carcassa a una boa con un’ancora e si aspetta: prima le orche mangiano labbra e lingua, poi gli uomini si prendono il resto. A Eden la chiamavano «la legge della lingua».

Quel giorno però sta arrivando una tempesta e la stagione è stata magra. Logan non vuole rischiare di perdere la preda e decide di trainarla subito a riva, nonostante le proteste di Davidson. Tom non ci sta. Afferra la corda con i denti e comincia un tiro alla fune tra un’orca e una barca. Alla fine l’orca molla, ma lascia nell’acqua qualche dente. Logan, racconta il giornale locale di Eden, si pentì all’istante: aveva capito di aver fatto del male all’animale che li aiutava da una vita.

Come funzionava la caccia insieme

Ogni inverno australe le orche entravano nella baia. Se avvistavano una megattera o una balena franca, una parte del branco la chiudeva verso la costa, mentre un’altra correva davanti alla stazione baleniera dei Davidson e si metteva a sbattere la coda sull’acqua, giorno o notte. Era il segnale: gli uomini saltavano sulle lance e seguivano le pinne dorsali fino alla preda. Le orche la sfinivano, gli arpioni facevano il resto.

Tom faceva di più. Secondo i racconti dell’epoca, prendeva in bocca la cima dell’arpione e tirava, frenando la balena. A volte, per gioco, ci si aggrappava e si faceva trascinare in giro dalla preda, come un bambino attaccato a un’altalena. Il museo che oggi custodisce il suo scheletro lo descrive così, con una pinna dorsale altissima che lo rendeva riconoscibile da lontano.

I Davidson non avevano inventato niente. Prima dei coloni, il popolo aborigeno dei Thaua cacciava già con le orche in quella baia, e c’era chi cantava sulla spiaggia per chiamarle. Per i Thaua le orche sono fratelli: quando uno di loro muore, torna come orca. Uno dei loro discendenti, Steven Holmes, racconta che un suo antenato nuotava con Tom tenendosi alla sua pinna, senza mai farsi un graffio.

La legge della lingua era davvero un patto?

Qui i biologi fanno i guastafeste, con garbo. Le orche di mezzo mondo, quando attaccano una grande balena, puntano dritte alla lingua, probabilmente il boccone più nutriente. Forse a Eden non c’era nessun rispetto reciproco, solo due cacciatori con gusti diversi che si erano trovati bene. Anche i solchi sui denti di Tom, che tutti attribuiscono alla corda, potrebbero avere altre cause. Su questo si discute ancora.

Resta il fatto che funzionava. E che, dopo la lite con Logan, le cose cambiarono: le balene erano sempre meno, le altre orche smisero di farsi vedere e Tom restò l’ultimo. Nel settembre del 1930 lo trovarono morto che galleggiava nella baia, pelle e ossa. Forse, senza quei denti, non riusciva più a mangiare come prima. Fu Logan a proporre di conservarne lo scheletro, e i Davidson lo ripulirono e lo montarono con le loro mani. Da lì nacque il museo delle orche di Eden.

Cosa ne resta oggi

Pochi anni fa un gruppo di ricercatori della Flinders University ha estratto il DNA da un dente di Tom. I suoi parenti più stretti oggi vivono in Nuova Zelanda, ma tra le orche che passano lungo le coste australiane non c’è traccia di discendenti diretti. Il branco di Eden, probabilmente, non esiste più.

Le orche, del resto, sono i più grandi tra i delfini: animali che imparano e tramandano le loro abitudini, e si orientano col suono come racconta il nostro pezzo sull’ecolocalizzazione dei cetacei. Da noi si vedono di rado: qualche inverno fa un piccolo gruppo arrivato dall’Islanda restò per giorni davanti al porto di Genova.

Tom invece è ancora lì, nella sua vetrina sul porto di Eden. Se ti avvicini alla mascella inferiore, i segni sui denti si vedono bene. Sui denti di Tom, la corda c’è ancora.

Fonti

Eden Killer Whale Museum: Old Tom
Reeves I. M. et al., Ancestry testing of «Old Tom», a killer whale central to mutualistic interactions with human whalers, Journal of Heredity, 2023
Eden Magnet, Blake Foden: Old Tom, anniversary of the death of a legend
Mentelocale Genova: le orche nel porto di Genova

Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2026