Le parole storte da ricopiare online venivano da libri veri

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Quelle parole storte e sbiadite che ricopiavi per dimostrare di non essere un robot non le aveva inventate nessuno. Venivano da libri e giornali veri, e scrivendole li stavi trascrivendo tu, gratis, per conto di qualcun altro.

Il sistema si chiamava reCAPTCHA e per qualche anno ha messo in piedi uno dei lavori di gruppo più grandi mai visti: milioni di persone che ogni giorno, senza saperlo, leggevano al posto di un computer le parole che il computer non riusciva a leggere.

Da dove arrivavano quelle parole?

Quando si digitalizza un libro vecchio, lo si fotografa pagina per pagina e poi un programma prova a riconoscere le lettere. Con la carta bianca e l’inchiostro nitido se la cava. Con le pagine ingiallite, le macchie e i caratteri tipografici dell’Ottocento si perde: sbaglia o salta fino a una parola su cinque.

A Pittsburgh, alla Carnegie Mellon, lavorava un giovane informatico guatemalteco, Luis von Ahn. Era già tra gli inventori dei test con le lettere deformate, quelli che servono a bloccare i programmi automatici che aprono account falsi e riempiono i siti di spam. Un giorno fece un conto che lo mise a disagio: tutti insieme, ogni giorno, gli utenti della rete buttavano centinaia di migliaia di ore a ricopiare scarabocchi senza senso. Tanto valeva farli ricopiare qualcosa di utile.

Come faceva a sapere che avevi scritto giusto?

Qui sta la parte furba. Ogni test mostrava due parole. Una era di controllo, e il sistema ne conosceva già la risposta. L’altra era una di quelle che il programma di lettura non aveva capito. Tu non sapevi quale fosse quale.

Se azzeccavi la parola di controllo, eri promosso a umano e la tua versione dell’altra parola veniva messa da parte come un voto. Quando tre persone diverse scrivevano la stessa cosa, la parola sconosciuta si considerava letta, e da lì poteva diventare a sua volta la parola di controllo di qualcun altro. Per questo a volte sbagliavi una delle due e passavi lo stesso: era quella che nemmeno il computer conosceva.

Il primo grande cliente fu il New York Times, che stava rimettendo online il suo archivio a partire dal 1851. Poi arrivarono i libri dell’Internet Archive. Quando il sistema girava a pieno ritmo, come raccontò la stessa università, si risolvevano oltre cento milioni di questi test al giorno e il pubblico della rete trascriveva l’equivalente di circa 160 libri al giorno. La precisione era quella dei trascrittori professionisti. Facebook fu tra i primi siti grandi a usarlo, ricordava Scientific American, quindi se ti sei iscritto in quegli anni c’è una buona probabilità che tu abbia lavorato, per qualche secondo, all’archivio di un giornale americano.

Non era la prima volta che una cosa nata per gioco o per fastidio finiva a fare altro: la prima webcam del mondo serviva a controllare se la caffettiera di un laboratorio era vuota.

E poi le parole sono sparite

Google comprò l’azienda di von Ahn e usò il sistema anche per i suoi libri scansionati. Col tempo le parole storte sono scomparse per un motivo quasi comico: i computer avevano imparato a leggerle meglio di noi, e un test che le macchine superano non ferma più le macchine. Al loro posto sono arrivati i numeri civici fotografati per strada, poi le griglie con semafori, strisce pedonali e autobus. Oggi spesso basta spuntare una casella, perché il sistema guarda soprattutto come muovi il mouse e cosa hai fatto prima di arrivare lì.

Che quelle foto di incroci servissero ad addestrare le auto che guidano da sole è un sospetto diffusissimo, ma nessuno lo ha mai confermato nero su bianco. Resta il principio, che von Ahn non ha mai nascosto: se devi far perdere tempo alla gente, almeno fallo fruttare. Anche per questo conviene guardare con un po’ di scetticismo i gesti che il telefono ci fa fare in automatico, come chiudere le app per risparmiare batteria.

Von Ahn, intanto, ha riciclato l’idea. Pensò a un’app per studiare le lingue in cui gli studenti, facendo esercizio, traducevano testi veri. La mascotte è un gufo verde. Si chiama Duolingo.

Fonti

von Ahn et al., reCAPTCHA: Human-Based Character Recognition via Web Security Measures, Science (2008)

Carnegie Mellon University via ScienceDaily: Web users transcribe 160 books a day

Scientific American: If you use the Web, you may have already been enlisted as a human scanner

Carnegie Mellon University: Google acquires reCAPTCHA

Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2026