Pollice in giù, il gladiatore muore: lo sanno tutti, l’abbiamo visto in mille film. Peccato che nessun romano abbia mai scritto che il gesto fosse quello, e che l’immagine che hai in testa l’abbia dipinta un francese dell’Ottocento.
La scena la conosci a memoria. Il Colosseo pieno, la sabbia, un uomo a terra e l’altro in piedi sopra di lui. Il vincitore alza gli occhi verso le tribune e aspetta. La folla, compatta, punta il pollice verso il basso. Sipario.
Chi l’ha messa in scena per primo?
Jean-Léon Gérôme, pittore parigino specializzato in antichità teatrali, ci lavorò a lungo, la mise da parte durante la guerra franco-prussiana e la finì nel 1872. La chiamò in latino, Pollice verso. In primo piano il vincitore appoggia il piede sul collo dello sconfitto; sugli spalti le Vestali, tutte vestite di bianco, si sporgono e girano il pollice all’ingiù. Il quadro fu riprodotto in stampe che finirono ovunque, e da lì il gesto entrò nella testa di tutti.
Oggi la tela è appesa in Arizona, e il museo che la custodisce lo ammette senza giri di parole: non c’è alcuna prova storica che un pollice girato significasse morte. Il cinema però aveva già fatto il resto, fino al Gladiatore di Ridley Scott, dove Commodo alza il pollice per risparmiare Massimo. Un’eredità diretta di quella tela.
Cosa scrivevano davvero i romani
Tutto il problema sta in due parole. Il poeta Giovenale, che di Roma prendeva in giro tutto, racconta di spettatori che decidono la morte di un combattente verso pollice, cioè «girando il pollice». Girato come? In su, in giù, di lato? Non lo dice. Secoli dopo il poeta cristiano Prudenzio descrive una Vestale che ordina il colpo finale con il pollice «voltato». Anche lui non dà la direzione. Nessun autore antico descrive il movimento, e le immagini arrivate fino a noi non aiutano.
Su questo i latinisti litigano ancora. Anthony Corbeill, che ai gesti dei romani ha dedicato un libro intero, propone una lettura che rovescia il quadro: il pollice dritto e teso chiedeva la morte, il pollice premuto contro il pugno chiuso chiedeva la grazia. Altri leggono le stesse frasi in modo diverso. Un punto però mette d’accordo quasi tutti, come riassume l’Encyclopaedia Romana dell’Università di Chicago: il pollice in giù per uccidere e in su per salvare non compare in nessuna fonte antica.
È la stessa sorte di altre scene «romane» che diamo per scontate, come la stanza dove si andava a vomitare durante i banchetti, che non è mai esistita. Il passato visto dall’Ottocento ha un fascino tutto suo, e spesso pochissimo a che fare con il passato vero. Succede anche con le frasi celebri, come quella che Maria Antonietta non ha mai pronunciato.
E allora chi decideva?
La folla gridava e gesticolava, questo è sicuro. Ma secondo Corbeill era chi organizzava i giochi a raccogliere l’umore delle tribune e a far arrivare il verdetto nell’arena. In italiano, intanto, «pollice verso» è diventato sinonimo di bocciatura senza appello: abbiamo preso una frase latina e le abbiamo dato il senso che le aveva dato un pittore francese.
La versione da raccontare a cena è questa: i romani giravano davvero il pollice, ma nessuno sa come. Il pollice in giù ce l’ha messo Gérôme.
Vero o falso?
Il pollice in giù condannava il gladiatore a morte: falso, nessuna fonte antica lo dice.
«Pollice verso» è un’espressione latina autentica: vero, ma vuol dire solo «pollice girato».
L’immagine che abbiamo tutti in mente viene da un quadro: vero.
Esiste poi un piccolo oggetto che racconta come poteva finire, a volte. È un medaglione trovato a Cavillargues, nel sud della Francia, con due gladiatori, Xantus ed Eros, e una scritta: stantes missi, congedati in piedi. Tutti e due vivi.
Nessun pollice in vista.
Fonti
Encyclopaedia Romana, University of Chicago: Pollice verso
Phoenix Art Museum: Pollice Verso di Jean-Léon Gérôme
Ultimo aggiornamento: 18 ottobre 2026
