Il vomitorium è esistito davvero, ma non era la stanza che ti hanno raccontato. Non una saletta di marmo accanto al triclinio, dove i patrizi si svuotavano lo stomaco per tornare a tavola: era l’uscita dell’anfiteatro, il varco da cui il pubblico sbucava sulle gradinate.
La parola è autentica. La scena da film, no.
Un varco, non una saletta
La voce della Treccani è asciutta: nei teatri e negli anfiteatri romani il vomitorio è ciascuna delle porte di entrata e di uscita del pubblico che si aprono sulla cavea. Niente bacinelle, niente servi in attesa. Solo un buco nel muro, in cima a una rampa di scale.
Il nome viene dal verbo vomere, che in latino significa buttare fuori a fiotti, e vale per l’acqua di una fontana quanto per la cena andata di traverso. Chi ha visto svuotarsi uno stadio capisce l’immagine al volo: la folla non esce, viene espulsa a ondate dai corridoi. Il primo autore che usa la parola, Macrobio, la spiega proprio così, tirando in ballo un verso delle Georgiche in cui Virgilio dice che la casa del ricco al mattino «vomita» l’onda dei clienti che vengono a salutarlo.
Il termine non è mai andato in pensione. Al Colosseo gli archeologi chiamano ancora vomitoria le scalinate che portano ai posti, e il Parco archeologico le cita nelle schede sulle balaustre che impedivano agli spettatori di ruzzolare giù. Gli stessi romani che finanziarono l’anfiteatro con una tassa sull’urina avevano progettato un sistema di deflusso che gli ingegneri degli stadi studiano ancora.
Il turista inglese che si inventò tutto
Roma, 1871. Augustus Hare, scrittore di viaggi con un enorme seguito, passeggia sul Palatino e pubblica Walks in Rome, la guida che per una generazione di inglesi era Roma. Davanti a un ambiente accanto alla sala da pranzo della casa dei Flavi, Hare decide di aver trovato un vomitorium e lo liquida come «un ricordo disgustoso della vita romana».
Non aveva uno straccio di prova. Aveva però il tono giusto, e il lettore vittoriano adorava immaginare i romani come gente magnifica e ripugnante. Diciassette anni dopo una rivista londinese definì la trovata «uno sbaglio delizioso», ma ormai la stanza esisteva nella testa di tutti, e da lì è passata ai romanzi e ai film.
C’è un dettaglio che rende la faccenda quasi comica. In inglese la parola era arrivata da Verona: nel 1730 Alexander Gordon tradusse il trattato sugli anfiteatri di Scipione Maffei, un libro costruito attorno all’Arena. Il vocabolo entra nella lingua parlando di scale e gradinate, e nel giro di poche generazioni finisce a indicare un gabinetto per ricchi ingordi.
Vero o falso?
Falso: la stanza apposita. Nessun testo antico la nomina, nessuno scavo l’ha mai identificata.
Vero: a tavola qualcuno vomitava. Seneca, scrivendo alla madre Elvia, inchioda i ricchi del suo tempo con una frase che sembra uno schiaffo: vomunt ut edant, edunt ut vomant, vomitano per mangiare e mangiano per vomitare. Svetonio racconta la stessa abitudine a proposito dell’imperatore Vitellio.
Da tenere presente: quelle righe sono accuse, non cronache. Seneca sta facendo la morale e Svetonio sta demolendo un imperatore già caduto, quindi non sappiamo quanto la pratica fosse diffusa davvero. Chi esagerava lo faceva dove capitava, con gli schiavi a ripulire, non in un locale costruito per l’occasione.
La versione da raccontare a cena sta in una riga: i romani il vomitorio ce l’avevano, ma ci passavano per andare a vedere i giochi. Come il violino di Nerone mentre Roma bruciava, è una di quelle cose che tutti sanno e che non è mai successa.
Sulla pianta dell’Arena di Verona i varchi che si aprono sulle gradinate portano ancora quel nome. Migliaia di persone ci passano ogni sera d’estate, per andare all’opera. Nessuno, lì dentro, ha mai vomitato.
Fonti
- Treccani, vocabolario, voce «vomitorio»
- Caillan Davenport e Shushma Malik, «Mythbusting Ancient Rome: the truth about the vomitorium», University of Queensland
- Parco archeologico del Colosseo, «Barriers and balustrades»
- Seneca, «Consolatio ad Helviam» 10, 3, testo latino sulla Perseus Digital Library
Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2026