Il prete che capì che i pipistrelli vedono con le orecchie

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Un prete emiliano capì che i pipistrelli si orientano al buio con le orecchie, quasi un secolo e mezzo prima che qualcuno riuscisse a dimostrarlo. Per arrivarci spense le candele, tese dei fili da una parete all’altra e passò un’estate intera a dare la caccia ai pipistrelli di un castello.

Il prete si chiamava Lazzaro Spallanzani, insegnava storia naturale all’Università di Pavia ed era uno degli scienziati più famosi d’Europa. Il castello era la rocca dei Boiardi, a Scandiano, sulle colline di Reggio Emilia, dove era nato. Nell’estate del 1793 nelle cantine e nei solai della rocca i pipistrelli dormivano a grappoli, appesi a testa in giù. Spallanzani si armò di una grande rete e si fece aiutare dal fratello e da un nipote. Era lo stesso uomo che anni prima tagliava lombrichi e lumache per vedere cosa ricresceva: la pazienza non gli mancava.

La civetta sbatteva, il pipistrello no

Il primo esperimento era semplicissimo. Una stanza chiusa, le candele spente, una civetta e qualche pipistrello. La civetta, che di notte ci vede benissimo, nel buio totale finiva contro i muri e cadeva a terra come uno straccio. I pipistrelli invece continuavano a volteggiare, scansando i fili tesi nella stanza e infilandosi senza esitare nei buchi del soffitto.

Spallanzani pensò prima a un filo di luce che noi non vediamo. Allora coprì loro gli occhi. Poi, e qui la storia smette di essere simpatica, li accecò del tutto: era il Settecento e nessuno si faceva scrupoli con gli animali da laboratorio. I pipistrelli volavano lo stesso. Provò con le rondini, e le rondini senza occhi non volavano più. Tappò ai pipistrelli il naso con la resina, li ricoprì di una vernice spessa per togliere loro il tatto. Niente: schivavano tutto come prima.

E se fossero le orecchie?

Spallanzani raccontò i suoi risultati in lettere agli scienziati di mezza Europa. A Ginevra un chirurgo, Charles Jurine, ebbe l’idea che mancava: tappò le orecchie dei pipistrelli con la cera. Fu un disastro, per i pipistrelli. Andavano a sbattere dappertutto, storditi, goffi come mosche in un barattolo. Spallanzani ripeté la prova e annotò nel suo «Giornale dei pipistrelli» una spiegazione che oggi fa venire i brividi per quanto ci va vicino: il moto delle ali e del corpo urta l’aria, l’aria viene «riurtata» dagli oggetti intorno, e l’animale «li senta, e li declini».

C’era però un buco nel ragionamento, e lui lo sapeva. I pipistrelli, per un orecchio umano, volano in silenzio. Come fai a sentire l’eco di qualcosa che non fa rumore?

Perché nessuno gli diede retta

Nel Settecento l’idea di un suono troppo acuto per essere udito semplicemente non esisteva. A Parigi il grande naturalista Georges Cuvier liquidò la faccenda: a guidare i pipistrelli doveva essere il tatto delle ali, sensibilissime ai movimenti dell’aria. Per oltre un secolo i libri gli diedero ragione, e la scoperta di un abate di provincia finì in un cassetto.

Ci volle uno studente americano. Nel 1938 Donald Griffin, che studiava a Harvard, portò una gabbia di pipistrelli nel laboratorio del fisico George Pierce, che aveva costruito un apparecchio capace di captare i suoni troppo acuti per noi. Lo accesero e l’apparecchio si riempì di strilli. I pipistrelli gridavano in continuazione: eravamo noi a essere sordi. Qualche anno dopo Griffin diede al fenomeno il nome che usiamo ancora, ecolocalizzazione: il pipistrello lancia un grido, ascolta l’eco che torna indietro e si costruisce in testa una mappa della stanza.

Su chi abbia fatto davvero la scoperta gli storici sono generosi con tutti e due, Spallanzani e Jurine: uno vide che gli occhi non servivano, l’altro che le orecchie sì. E se ti è venuta voglia di conoscerli meglio, ci sono altre stranezze sui pipistrelli che non c’entrano con l’udito.

Ma rileggi la frase del «Giornale dei pipistrelli». L’aria che urta gli ostacoli e torna indietro all’animale: è un’eco, descritta più di un secolo prima che qualcuno la potesse misurare. A Spallanzani mancò un solo dettaglio. Il pipistrello non fruscia. Grida.

Fonti

AAAS, Discovering sonar: bats

Giuseppe Mussardo (SISSA), pagine su Lazzaro Spallanzani

Ultimo aggiornamento: 22 ottobre 2026