Un’alga che cattura le microplastiche dall’acqua

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Le microplastiche sono ormai ovunque: nei mari, nei fiumi, nell’acqua che beviamo e perfino nel nostro corpo. Trovare un modo per rimuoverle senza creare nuovi danni è una delle grandi sfide ambientali del nostro tempo. Una buona notizia arriva dai laboratori dell’Università del Missouri, dove un gruppo di ricerca ha messo a punto un’alga capace di catturare le minuscole particelle di plastica dall’acqua, raccoglierle e perfino aprire la strada al loro riciclo.

Una buona notizia che arriva dai laboratori

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications e ripreso nelle scorse settimane da numerose testate internazionali, descrive un’alga geneticamente modificata in grado di rimuovere le microplastiche dalle acque reflue. Il risultato è importante perché affronta uno dei problemi più sfuggenti dell’inquinamento moderno: le particelle di plastica più piccole, quelle che i filtri tradizionali non riescono a trattenere.

A guidare la ricerca è la professoressa Susie Dai, del Dipartimento di ingegneria chimica e biomedica dell’Università del Missouri. Il suo approccio è elegante proprio perché sfrutta la biologia invece della forza bruta della filtrazione meccanica.

Cosa sono le microplastiche e perché preoccupano

Le microplastiche sono frammenti di plastica più piccoli di cinque millimetri, spesso invisibili a occhio nudo. Si formano dalla frammentazione di oggetti più grandi, dal lavaggio dei tessuti sintetici, dall’usura di pneumatici e imballaggi. Una volta disperse, restano nell’ambiente per decenni.

Il problema non è solo estetico. Queste particelle entrano nella catena alimentare attraverso pesci e molluschi, raggiungono l’acqua potabile e sono state ritrovate in tessuti umani. Gli effetti a lungo termine sulla salute sono ancora oggetto di studio, ma la quantità crescente di plastica nell’ambiente è di per sé un segnale d’allarme che la comunità scientifica prende molto sul serio.

Frammenti di plastica dispersi sulla superficie dell'acqua
Le microplastiche sono frammenti più piccoli di cinque millimetri, spesso invisibili a occhio nudo.

Come funziona l’alga «cattura plastica»

L’idea alla base della scoperta è sorprendentemente intuitiva. Attraverso l’ingegneria genetica, i ricercatori hanno modificato un’alga affinché producesse limonene, un olio naturale e volatile, lo stesso composto che dà il caratteristico profumo agli agrumi. Il limonene rende la superficie dell’alga idrorepellente, cioè capace di respingere l’acqua.

Qui sta il trucco: anche le microplastiche sono idrorepellenti. Quando le due superfici «che odiano l’acqua» entrano in contatto, tendono ad attrarsi e ad aggregarsi. Le particelle di plastica si attaccano così alle alghe, formando ammassi sempre più grandi che diventano abbastanza pesanti da precipitare sul fondo come una massa solida, facile da raccogliere e rimuovere.

In pratica, l’alga si comporta come una calamita biologica: invece di filtrare l’acqua, fa in modo che la plastica si raggruppi spontaneamente e si separi da sé.

Non solo plastica: un doppio beneficio

Uno degli aspetti più interessanti è che questa alga cresce proprio nelle acque reflue, l’ambiente che si vuole bonificare. Durante la sua crescita, assorbe i nutrienti in eccesso presenti nei reflui, come azoto e fosforo, che se rilasciati nei fiumi e nei mari provocano fenomeni di eutrofizzazione e proliferazione di alghe nocive.

In altre parole, lo stesso organismo svolge due compiti contemporaneamente: cattura le microplastiche e ripulisce l’acqua dai nutrienti in eccesso. È un esempio di soluzione integrata, in cui un singolo processo biologico risolve più problemi insieme.

Provette da laboratorio per analisi dell'acqua
L’alga modificata fa aggregare le particelle di plastica, che precipitano e diventano facili da raccogliere.

Dalla cattura al riciclo

L’obiettivo a lungo termine della ricerca va oltre la semplice rimozione. La professoressa Dai punta a trasformare la plastica raccolta in nuovi materiali utili, come bioplastiche più sicure e pellicole composite. Si passerebbe così da una logica di smaltimento a una di valorizzazione: il rifiuto diventa materia prima.

Questa visione si inserisce nel più ampio modello dell’economia circolare, in cui nulla viene semplicemente buttato e ogni scarto trova una nuova destinazione. Se la tecnologia si dimostrasse scalabile, potrebbe affiancare i sistemi di depurazione esistenti, intervenendo proprio dove oggi le microplastiche sfuggono ai controlli.

Cosa manca prima dell’applicazione su larga scala

È giusto mantenere un sano realismo. I risultati ottenuti in laboratorio e negli impianti pilota sono promettenti, ma il passaggio dalla scala sperimentale a quella industriale richiede tempo, verifiche e finanziamenti. Bisognerà valutare i costi, l’efficienza su grandi volumi d’acqua e la sicurezza dell’uso di organismi geneticamente modificati in contesti controllati.

Si tratta comunque di un tassello in più in un mosaico di soluzioni. Nessuna singola tecnologia risolverà da sola il problema delle microplastiche: serviranno ridurre la produzione di plastica, migliorare il riciclo e bonificare l’esistente. Strumenti come questa alga rappresentano una di quelle innovazioni che fanno ben sperare.

Campioni d'acqua analizzati in laboratorio scientifico
La ricerca punta a trasformare la plastica raccolta in nuovi materiali, in un’ottica di economia circolare.

Perché è una buona notizia per tutti

In un’epoca in cui le notizie ambientali sono spesso allarmanti, ricerche come questa ricordano che la scienza continua a cercare e a trovare soluzioni concrete. Sapere che esistono gruppi di ricerca capaci di trasformare un’alga in uno strumento di bonifica restituisce un po’ di fiducia nel futuro.

Non è l’unica buona notizia che arriva dal fronte ambientale: anche sul versante della conservazione marina si registrano passi avanti incoraggianti, come nel caso in cui la tartaruga verde non è più a rischio estinzione. Piccoli traguardi che, sommati, raccontano una storia diversa da quella a cui siamo abituati. Il testo completo della ricerca è consultabile su Nature Communications.

Domande frequenti

Che cosa fa esattamente questa alga?

È un’alga geneticamente modificata che produce limonene, una sostanza idrorepellente. Grazie a questa caratteristica attrae e cattura le microplastiche, che si aggregano e precipitano, diventando facili da raccogliere e rimuovere dall’acqua.

Chi ha condotto la ricerca?

Lo studio è stato realizzato dal gruppo della professoressa Susie Dai presso l’Università del Missouri, negli Stati Uniti, ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications.

L’alga viene già usata per depurare l’acqua?

Non ancora su larga scala. I risultati sperimentali sono promettenti, ma servono ulteriori verifiche prima di un’applicazione industriale negli impianti di depurazione.

Perché le microplastiche sono pericolose?

Sono frammenti di plastica sotto i cinque millimetri che entrano nella catena alimentare e nell’acqua potabile. Restano nell’ambiente per decenni e gli effetti sulla salute sono ancora oggetto di studio.

La plastica raccolta viene buttata o riciclata?

L’obiettivo dei ricercatori è riciclarla, trasformandola in nuovi materiali come bioplastiche più sicure e pellicole composite, in un’ottica di economia circolare.

Questa scoperta basta a risolvere il problema della plastica?

No, da sola non basta. È uno strumento aggiuntivo che dovrà affiancarsi alla riduzione della plastica prodotta, al miglioramento del riciclo e alla bonifica dell’inquinamento già esistente.