Per quasi un secolo il celacanto è stato considerato un pesce scomparso insieme ai dinosauri, un nome che si leggeva soltanto sui libri di paleontologia accanto ai fossili di 66 milioni di anni fa. Poi, nel 1938, una biologa sudafricana notò tra il pescato di un peschereccio una creatura blu dalle pinne strane: era vivo. La storia del celacanto è una delle più grandi sorprese della zoologia, un promemoria di quanto poco conosciamo ancora degli abissi.
Che cos’è il celacanto
Il celacanto è un pesce di grandi dimensioni che appartiene a un gruppo antichissimo, i sarcopterigi, cioè i pesci dalle “pinne carnose”. A differenza della maggior parte dei pesci moderni, le sue pinne pettorali e pelviche sono sostenute da un piccolo scheletro muscoloso e si muovono in modo alternato, quasi come le zampe di un quadrupede che cammina. Proprio per questa caratteristica i celacanti sono considerati parenti stretti degli antenati dei primi vertebrati terrestri.
Un esemplare adulto può superare i due metri di lunghezza e pesare quasi novanta chilogrammi. Ha un corpo robusto ricoperto di spesse scaglie, occhi grandi adatti alla penombra e una colorazione blu acciaio punteggiata di macchie chiare, un disegno unico per ciascun individuo, come un’impronta digitale.
Un “fossile vivente” creduto scomparso
L’espressione fossile vivente viene spesso usata per il celacanto, ed è facile capire perché. I paleontologi conoscevano questo animale solo attraverso i resti pietrificati, tutti più antichi della fine del Cretaceo. Sembrava logico concludere che si fosse estinto insieme ai grandi rettili, circa 66 milioni di anni fa.
La definizione, tuttavia, va presa con cautela. Il celacanto di oggi non è identico a quello dei fossili: appartiene a generi diversi e si è comunque evoluto nel tempo. Ciò che colpisce è la conservazione del “piano di costruzione” generale del corpo, rimasto sorprendentemente simile per centinaia di milioni di anni. È un caso di evoluzione lenta, non di immobilità assoluta.

La riscoperta del 1938
La svolta arrivò poco prima di Natale del 1938. Marjorie Courtenay-Latimer, curatrice di un piccolo museo di East London, in Sudafrica, era solita ispezionare il pescato dei battelli in cerca di esemplari interessanti. Quel giorno notò, sotto un mucchio di pesci comuni, una pinna insolita. Ne emerse un animale di oltre un metro e mezzo, dalla livrea bluastra, che non somigliava a nulla di ciò che conosceva.
Impossibilitata a conservare l’intero corpo, ne salvò la pelle e alcune parti e scrisse al chimico e ittiologo James Leonard Brierley Smith. Fu lui, mesi dopo, a riconoscere l’incredibile: si trattava di un celacanto, un pesce che tutti credevano estinto da decine di milioni di anni. In suo onore la specie fu battezzata Latimeria chalumnae, unendo il nome della scopritrice a quello del fiume Chalumna, vicino al quale era stata catturata.
La lunga caccia al secondo esemplare
Dopo la scoperta iniziò una ricerca ossessiva per trovare un altro individuo. Ci vollero quattordici anni: solo nel 1952 un secondo celacanto fu catturato, questa volta nelle acque delle isole Comore, tra il Madagascar e la costa africana. Da lì si capì che l’animale non era un relitto isolato, ma il sopravvissuto di una popolazione stabile che viveva in profondità.
Dove vive oggi
Esistono due specie viventi di celacanto. La prima, Latimeria chalumnae, popola le acque dell’Oceano Indiano occidentale, soprattutto intorno alle Comore, al Sudafrica, al Kenya, alla Tanzania e al Mozambico. La seconda, Latimeria menadoensis, fu individuata solo nel 1997 e 1998 in Indonesia, al largo dell’isola di Sulawesi: la sua esistenza dimostra quanto ancora ci sfugga della biodiversità marina.
I celacanti amano le acque fredde e buie tra i 150 e i 700 metri di profondità, spesso in prossimità di grotte laviche sottomarine dove trascorrono le ore di luce. Di notte risalgono leggermente per cacciare pesci e cefalopodi, lasciandosi trasportare dalle correnti con movimenti lenti ed eleganti.

Un animale che si muove come nessun altro
Osservare un celacanto in acqua, cosa riuscita solo grazie a sommergibili e telecamere subacquee, è un’esperienza straniante. L’animale sembra fluttuare, muovendo le pinne carnose in coppie opposte, esattamente come farebbe un tetrapode che alterna gli arti. A volte è stato filmato mentre nuota lentamente con la testa in giù, in una sorta di “verticale” apparentemente usata per percepire l’ambiente circostante.
Sul muso, inoltre, possiede un organo speciale chiamato rostro, ricco di cellule sensibili ai campi elettrici. Grazie a esso il celacanto individua le prede nascoste nell’oscurità totale degli abissi, un po’ come fanno gli squali. Non è l’unico organismo delle profondità a sfruttare strategie sorprendenti per sopravvivere lontano dalla luce: puoi scoprirne altre leggendo il nostro articolo sulle bocche idrotermali e la vita negli abissi.
Riproduzione e longevità
Il celacanto riserva altre sorprese anche nel modo di riprodursi. Le femmine sono ovovivipare: trattengono le uova all’interno del corpo, dove gli embrioni si sviluppano fino alla nascita di piccoli già formati. La gestazione è tra le più lunghe conosciute nel mondo animale e potrebbe durare anche diversi anni.
Studi recenti sulle scaglie, che accumulano anelli di crescita come i tronchi degli alberi, hanno rivisto verso l’alto le stime sulla longevità: un celacanto potrebbe vivere fino a un secolo e raggiungere la maturità sessuale solo intorno ai cinquant’anni. Una vita lenta, che rende la specie particolarmente vulnerabile alla pesca accidentale.
Perché il celacanto è così importante per la scienza
Il valore del celacanto va ben oltre la curiosità. Studiare le sue pinne carnose e il suo scheletro aiuta a capire come, centinaia di milioni di anni fa, alcuni vertebrati acquatici iniziarono la transizione verso la vita sulla terraferma. Il suo genoma, sequenziato negli anni scorsi, conferma un tasso di cambiamento evolutivo molto lento in alcune regioni del DNA.
La sua riscoperta insegna anche un principio prezioso: dichiarare estinta una specie è più difficile di quanto sembri, soprattutto quando vive in ambienti poco esplorati. Per approfondire la biologia di questo straordinario animale puoi consultare la scheda dedicata dello Smithsonian Ocean.

Una specie da proteggere
Oggi il celacanto è considerato in pericolo di estinzione. Non viene pescato di proposito, perché le sue carni sono ricche di oli e poco commestibili, ma finisce talvolta nelle reti dei pescherecci che operano in profondità. Data la sua crescita lentissima e il numero limitato di individui, anche poche catture accidentali possono avere un impatto serio. Diversi Paesi hanno introdotto misure di tutela, e la comunità scientifica monitora con attenzione le popolazioni conosciute.
Domande frequenti sul celacanto
Il celacanto è davvero un fossile vivente?
In parte sì. Il suo aspetto generale ricorda molto quello dei fossili di centinaia di milioni di anni fa, ma la specie attuale si è comunque evoluta e non è identica ai suoi antenati. L’espressione va quindi intesa in senso figurato.
Quando è stato riscoperto il celacanto?
Nel dicembre del 1938, quando la curatrice di museo Marjorie Courtenay-Latimer riconobbe un esemplare tra il pescato di un battello sudafricano. La sua identificazione ufficiale come celacanto avvenne nei mesi successivi grazie all’ittiologo J.L.B. Smith.
Quante specie di celacanto esistono?
Due specie viventi: Latimeria chalumnae, nell’Oceano Indiano occidentale, e Latimeria menadoensis, scoperta in Indonesia alla fine degli anni Novanta.
Dove vive il celacanto?
In acque profonde e fredde, tra 150 e 700 metri, spesso vicino a grotte sottomarine. Le popolazioni più note si trovano intorno alle isole Comore e al largo di Sulawesi, in Indonesia.
Quanto può vivere un celacanto?
Secondo gli studi più recenti basati sugli anelli di crescita delle scaglie, potrebbe raggiungere e superare i cent’anni di vita, maturando molto tardi.
Il celacanto è imparentato con l’uomo?
Sorprendentemente sì, se guardiamo molto indietro nel tempo. I pesci dalle pinne carnose come il celacanto sono più vicini agli antenati dei vertebrati terrestri, uomo compreso, di quanto lo siano i comuni pesci con pinne raggiate.