Lungo fino a undici metri, argenteo come una lama e sormontato da una cresta rossa: quando un regaleco si arena su una spiaggia, sembra emerso da un mito. Non a caso questo pesce degli abissi è considerato l’origine di molte leggende sui serpenti di mare. Eppure la sua biologia reale è persino più affascinante delle storie che ha ispirato.
Che cos’è il regaleco
Il regaleco (Regalecus glesne) è il pesce osseo più lungo del mondo. Il suo corpo nastriforme, sottile e compresso ai lati, può superare gli otto metri, e alcune misurazioni attendibili arrivano a undici. In inglese è chiamato oarfish, letteralmente “pesce remo”, mentre un antico nome popolare è “re di aringhe” (king of herrings), perché i pescatori credevano che guidasse i banchi di aringhe verso la costa.
Appartiene alla famiglia dei Regalecidae e vive nella cosiddetta zona mesopelagica, tra i 200 e i 1000 metri di profondità, dove la luce del Sole arriva solo come un tenue crepuscolo. Proprio per questo è rarissimo osservarlo vivo: la maggior parte degli avvistamenti riguarda esemplari morti o morenti spinti in superficie.
Un corpo fatto per gli abissi
Tutto nel regaleco racconta l’adattamento alla vita in profondità. La pelle non ha squame ma è ricoperta da tubercoli e da una sostanza argentea chiamata guanina, che gli conferisce quel riflesso metallico da specchio. Lungo il dorso corre una pinna dorsale rossa che parte dal capo, dove forma una sorta di cresta o “criniera”, e prosegue per tutta la lunghezza del corpo con centinaia di raggi.
Come si muove nell’acqua
Il regaleco non nuota come un pesce comune. Osservazioni realizzate con veicoli sottomarini l’hanno filmato mentre si mantiene in posizione verticale, con la testa rivolta verso l’alto, spostandosi grazie al lento ondeggiare della lunga pinna dorsale. Questo movimento ondulatorio, chiamato locomozione amiforme, gli permette di restare quasi immobile risparmiando energia, una qualità preziosa in un ambiente povero di cibo.

Di cosa si nutre
Nonostante l’aspetto imponente, il regaleco è un animale innocuo. Non ha denti robusti da predatore: si alimenta filtrando piccoli organismi come krill, gamberetti, plancton e minuscoli calamari. La bocca protrattile gli consente di aspirare le prede che incontra sospese nell’acqua. Per l’essere umano è del tutto inoffensivo.
Il pesce che ha inventato i serpenti di mare
Per secoli i marinai hanno raccontato di enormi serpenti che affioravano tra le onde. È molto probabile che dietro molte di quelle testimonianze ci fosse proprio un regaleco: un corpo lungo, argenteo e sinuoso che si contorce in superficie ha tutte le caratteristiche del mostro marino. La cresta rossa sulla testa, poi, ricorda la criniera attribuita a certe creature leggendarie.
Anche la scienza si è occupata a lungo di questo animale prima di conoscerlo bene. Il naturalista norvegese Peter Ascanius lo descrisse formalmente nel 1772, ma per generazioni i suoi resti spiaggiati furono attribuiti a bestie fantastiche.

La leggenda giapponese del terremoto
In Giappone il regaleco ha un nome poetico: ryugu no tsukai, cioè “messaggero del palazzo del dio del mare”. Secondo una credenza popolare, la comparsa di questi pesci vicino alla costa annuncerebbe l’arrivo di un terremoto o di uno tsunami. L’idea si è diffusa soprattutto dopo che numerosi esemplari furono trovati sulle spiagge giapponesi nei mesi precedenti il grande sisma del 2011.
Cosa dice davvero la scienza
Gli scienziati hanno preso sul serio questa correlazione e l’hanno verificata con i dati. Uno studio pubblicato nel 2019 sul Bulletin of the Seismological Society of America ha analizzato decenni di avvistamenti e di terremoti in Giappone, senza trovare alcun legame statistico significativo tra le due cose. La spiegazione più probabile è che questi pesci di profondità risalgano quando sono malati, feriti o disorientati da correnti e cambiamenti ambientali, non perché “sentano” il sisma in arrivo. La suggestione, però, resta comprensibile: incontrare un animale simile ha davvero qualcosa di sovrannaturale.
Perché lo vediamo così di rado
Il regaleco è una creatura solitaria e schiva delle grandi profondità, e questo lo rende quasi invisibile alla scienza. Non forma banchi, non si avvicina volontariamente alla costa e mal sopporta le acque agitate della superficie. Ogni spiaggiamento, per gli studiosi, è un’occasione preziosa per raccogliere informazioni su un animale che è più facile immaginare che osservare. Chi desidera approfondire la vita nelle zone più buie dell’oceano può leggere anche la storia di un altro celebre abitante degli abissi, il celacanto, il pesce creduto estinto per 66 milioni di anni.

Regaleco e conservazione
Poiché è così difficile da studiare, non esistono stime precise sulla sua popolazione. Il regaleco non è oggetto di pesca commerciale, dato che le sue carni gelatinose non sono considerate pregiate. Le minacce principali per un animale di questo tipo restano quelle che riguardano l’intero ecosistema profondo: inquinamento, microplastiche e alterazioni delle correnti dovute ai cambiamenti climatici. Studiarlo significa anche capire meglio la salute degli oceani. Per una scheda scientifica affidabile è utile consultare le risorse dello Smithsonian Ocean Portal.
Curiosità in breve
Il regaleco riesce ad “amputare” volontariamente parte della propria coda: alcuni esemplari sono stati trovati con l’estremità posteriore mancante, un fenomeno che i biologi interpretano come una forma di autotomia difensiva, simile a quella di certe lucertole che perdono la coda. Nonostante la lunghezza da record, questi animali sono sorprendentemente leggeri e fragili, con muscoli poco sviluppati: sono nuotatori lenti, non cacciatori scattanti.
Domande frequenti sul regaleco
Quanto può diventare lungo un regaleco?
Gli esemplari misurati con attendibilità raggiungono gli otto-undici metri. Alcuni racconti parlano di lunghezze superiori, fino a diciassette metri, ma non sono confermati scientificamente.
Il regaleco è pericoloso per l’uomo?
No. È un animale del tutto innocuo: si nutre di plancton e piccoli organismi e non possiede denti né armi in grado di ferire una persona.
Perché è chiamato “re di aringhe”?
Perché in passato i pescatori credevano che nuotasse alla testa dei banchi di aringhe, quasi guidandoli. In realtà non ha alcun rapporto particolare con quei pesci.
È vero che annuncia i terremoti?
È una credenza popolare giapponese. Gli studi scientifici non hanno trovato alcuna correlazione affidabile tra la comparsa dei regaleco e i sismi.
Dove vive il regaleco?
Nelle acque profonde di tutti gli oceani temperati e tropicali, generalmente tra i 200 e i 1000 metri di profondità, nella cosiddetta zona mesopelagica.
Perché finisce spiaggiato?
Di solito risale in superficie quando è malato, ferito o disorientato. Le acque mosse della costa gli sono fatali, ed è così che spesso viene ritrovato morto o morente sulle spiagge.