Le gondole di Venezia sono nere per colpa di una legge contro il lusso. Il bello è che quella legge, nei testi arrivati fino a noi, la parola «nero» non la scrive mai.
Prima, sui canali, c’era una gara continua: chi aveva la barca più ricca, più dorata, più chiacchierata. A un certo punto la Serenissima decise che bastava così.
Quando le gondole facevano a gara
Immagina il Canal Grande a metà Cinquecento. Ogni famiglia di un certo rango ha le sue gondole e i suoi gondolieri «de casada», cioè di casa, in livrea. Le barche hanno cabine coperte di seta, intagli dorati, cuscini ricamati, ferri di prua lavorati come gioielli. Un cronista dell’epoca, Francesco Sansovino, scriveva che in città se ne contavano circa diecimila: per una nobiltà che passava la vita sull’acqua, la gondola era quello che per noi è l’auto sotto casa, con l’aggravante che tutti la vedevano passare.
Il guaio è che quella gara costava cara, e in una repubblica di mercanti l’ostentazione era considerata un pericolo. Per tenerla a bada esisteva una magistratura apposta, i Provveditori alle Pompe, che regolava di tutto: quanti gioielli poteva portare una sposa, quante portate a un banchetto, come doveva essere tagliato un vestito.
Cosa diceva davvero la legge
Nell’autunno del 1562 il Senato veneziano mise ordine anche sull’acqua. Il testo, trascritto parola per parola dal ricercatore Dario Camuffo in uno studio sulle origini della gondola, vieta le coperture di seta e di panno fine, le parti dorate, dipinte o intagliate, i ferri lavorati. I felzi, cioè le cabine dei passeggeri, dovevano essere tutti di «rassa», una lana grezza e senza pretese. Le strutture in legno dovevano restare «schiette», nude, come voleva la comune usanza.
E il nero? Arrivava da solo. Lo scafo era nero da sempre, perché veniva impermeabilizzato con la pece, che i veneziani chiamavano «pegola». Le coperture della cabina erano di rascia nera, come racconteranno i viaggiatori dei secoli successivi. Tolto l’oro, tolti i colori e la seta, restava una barca nera. Una specie di uniforme imposta per sottrazione.
Tutti ripetono che quell’anno un decreto «impose il nero» alle gondole, e la versione si trova perfino nelle schede del Comune di Venezia. Nelle carte trascritte, però, quella frase non c’è: o il documento è andato perso, o è una semplificazione nata dopo e diventata leggenda per comodità. Quel che è certo è che le multe non bastarono. Molti nobili, racconta Focus, preferivano pagare piuttosto che rinunciare agli addobbi. Infatti i divieti vennero ripetuti per decenni: qualche decennio dopo si arrivò a prescrivere che le parti in legno fossero di noce o di un legno più povero, mai di ebano o con intarsi d’avorio.
E la storia del lutto per la peste?
Gira ancora un’altra spiegazione: le gondole sarebbero diventate nere in segno di lutto dopo la terribile peste del Seicento. È suggestiva, perché Venezia con le epidemie aveva un conto aperto, al punto da regalarci la parola quarantena. Ma le date non tornano: i divieti sul lusso erano già in vigore da generazioni, e gli storici l’hanno scartata.
Oggi il felze non si vede quasi più, e il nero è diventato un marchio di fabbrica che nessuno si sognerebbe di cambiare. Venezia, del resto, è brava a trasformare le abitudini in simboli, anche nelle parole di tutti i giorni come «ciao».
Resta un dettaglio che le guide turistiche raccontano di rado. Nel 1633 i Provveditori pubblicarono un nuovo proclama sulle gondole, e il titolo diceva tutto sulla mentalità dell’epoca: «In materia di Meretrici, Gondole e Servitori che vogano in esse». Cortigiane, barche e servitù, nella stessa legge. Per la Serenissima erano tutti e tre un problema di vanità.
E la vanità, a Venezia, si combatteva togliendo colore.
Fonti
Dario Camuffo, Nuovi approfondimenti sulle origini della Gondola Veneziana, e il suo antico uso militare (Méditerranée)
Focus, Perché le gondole di Venezia sono nere?
Treccani, Gondola
Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2026
