La prima macchina per scrivere era per una contessa cieca

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Le prime lettere battute a macchina della storia non le ha scritte un impiegato. Le ha scritte una contessa toscana che non ci vedeva più, all’inizio dell’Ottocento, con un congegno costruito apposta per lei.

Lei si chiamava Carolina Fantoni ed era di Fivizzano, in Lunigiana. Lui era Pellegrino Turri, inventore e suo amico. Quando la contessa perse la vista, perse anche una libertà che per una donna del suo rango contava moltissimo: scrivere da sola le proprie lettere. Ogni parola doveva passare per la mano e gli occhi di qualcun altro. Anche le parole più private.

Un pianoforte che invece di suonare scrive

Intorno al 1808 Turri le costruisce una macchina che stampa le lettere sul foglio una alla volta, premendo dei tasti. Immaginala così: un piccolo pianoforte dove ogni tasto, invece di una nota, lascia un carattere sulla carta. Carolina non deve più cercare il calamaio né seguire la riga con lo sguardo. Le basta ricordare dove sta ogni lettera.

Restava un problema pratico. Un tasto che batte sulla carta lascia un’ammaccatura, non un segno. La tradizione attribuisce a Turri anche la soluzione: un foglio annerito messo tra il carattere e la pagina, l’antenato della carta carbone che fino a pochi decenni fa stava in ogni cassetto d’ufficio. Su questo dettaglio le prove sono scarse, quindi prendilo con un «si racconta».

Della macchina non resta nemmeno uno schizzo

Il colpo di scena è che la macchina è sparita. Nessun esemplare, nessun progetto, nessun disegno. Come ricorda lo storico delle macchine per scrivere Richard Polt nella sua breve storia della macchina per scrivere, non sappiamo che aspetto avesse. Sappiamo però che funzionava, perché alcune lettere battute dalla contessa sono arrivate fino a noi. Sono la prova più antica di una macchina per scrivere che abbia scritto davvero.

In altre parole, conosciamo l’invenzione solo da quello che ha prodotto. Un po’ come capire com’era fatto un forno assaggiando il pane.

E se l’inventore fosse stato il fratello?

A Fivizzano la storia la raccontano in un altro modo. Lì il merito va ad Agostino Fantoni, nipote del poeta Giovanni Fantoni detto Labindo, che avrebbe ideato la macchina già nel 1802 per la sorella diventata cieca. Turri, in questa versione, l’avrebbe soltanto perfezionata. Il paese ci tiene al punto che il progetto di museo della stampa a Palazzo Fantoni Bononi mette quella prima macchina per scrivere al centro del percorso.

Chi abbia avuto l’idea per primo, con i documenti noti, non si può dire con certezza. E anche il legame tra Carolina e Turri è rimasto un piccolo mistero: una scrittrice americana, Carey Wallace, ne ha fatto un romanzo d’amore nel 2010, ma le lettere sopravvissute non bastano a dire che lo fosse.

Da Fivizzano alla tastiera che hai in tasca

L’Italia ci riprovò presto. Nel 1855 l’avvocato novarese Giuseppe Ravizza presentò il suo «cembalo scrivano», e il nome dice già tutto: anche lui pensava a uno strumento musicale. Il successo commerciale arrivò però dall’America, con la Sholes & Glidden del 1874, quella che ha lasciato in eredità la disposizione dei tasti che usi ancora oggi. Se ti incuriosisce, qui trovi perché le lettere sulla tastiera sono in quell’ordine strano, e qui com’era fatto il primo messaggino della storia. Altre storie simili le trovi tra le curiosità sulle invenzioni.

Di solito si pensa alla macchina per scrivere come a un oggetto da ufficio, rumoroso e veloce. La prima serviva a qualcosa di molto più intimo: permettere a una donna cieca di scrivere a un amico senza che nessun altro leggesse. Era nata per custodire un segreto.

Fonti

Richard Polt, «A Brief History of Typewriters», Xavier University
La Nazione, «Un museo diffuso della stampa» (Fivizzano)
Treccani, «Ravizza, Giuseppe»

Ultimo aggiornamento: 27 ottobre 2026