Usiamo la parola “farabutto” per indicare una persona senza scrupoli, capace delle peggiori azioni. Ma pochi immaginano che dietro questo insulto tutto italiano si nasconda una storia di pirati, soldati di ventura e bottini di guerra. L’etimologia di “farabutto” ci porta lontano, fino alle coste del Nord Europa e alle guerre delle Fiandre. Ecco da dove viene davvero.
Cosa significa “farabutto”
Nell’italiano di oggi “farabutto” è un sostantivo e un aggettivo che indica un individuo disonesto, un mascalzone, una persona capace di comportamenti spregevoli e in malafede. È un termine forte, carico di disprezzo, che si colloca a metà strada tra il letterario e il popolare. Diciamo “sei un farabutto” a chi ci ha ingannato, tradito o imbrogliato senza il minimo rimorso.
Eppure, come spesso accade con le parole, il suo significato attuale è il punto d’arrivo di un lungo viaggio che parte da un’idea molto diversa: quella del predone che fa bottino liberamente.
L’origine: dal tedesco “Freibeuter”
Secondo i dizionari etimologici, “farabutto” deriva dal basso tedesco Freibeuter e dall’olandese vrijbuiter, parole che indicavano il corsaro, il predone, il soldato che saccheggia. Il termine è composto da due elementi trasparenti: frei (o vrij), cioè “libero”, e Beute (o buit), cioè “bottino”. Il Freibeuter era, alla lettera, “colui che fa bottino liberamente”.

La stessa radice di “filibustiere”
La cosa più affascinante è che “farabutto” ha esattamente la stessa origine di un’altra parola italiana ben nota: filibustiere. Anche quest’ultima discende dall’olandese vrijbuiter, passando però per il francese flibustier e lo spagnolo. In pratica il “filibustiere” è il cugino marittimo, il pirata dei Caraibi, mentre il “farabutto” è la versione “di terra” dello stesso concetto: due strade diverse partite dalla medesima parola olandese.
Come arrivò in Italia
Il termine tedesco che indicava il soldato-predone venne assorbito dagli italiani che combattevano nell’esercito di Fiandra, nei secoli in cui gran parte d’Europa era attraversata da guerre e mercenari. I reduci lombardi, romani e napoletani riportarono in patria la parola, che nei diversi territori assunse forme e sfumature locali.
In particolare, a Napoli il Freibeuter tedesco venne adattato foneticamente in frabbotto e frabbutto, forme dalle quali si arriva alla nostra “farabutto”. L’aggettivo compare nell’italiano scritto intorno al Settecento.

Dal predone all’imbroglione
Perché una parola che indicava un soldato di ventura è finita per significare “persona disonesta”? Il passaggio è più naturale di quanto sembri. Il predone che saccheggia senza regole, che vive di rapina e non rispetta patti né proprietà, incarna agli occhi della gente comune l’idea stessa dell’individuo senza scrupoli.
Nel tempo il riferimento militare e marinaresco si è perso, mentre è rimasto il nucleo morale: il farabutto è chi agisce senza onestà, chi mette il proprio interesse davanti a ogni regola. È un tipico esempio di come le parole cambino significato seguendo i mutamenti della società.
Una parola che racconta la storia d’Europa
La storia di “farabutto” è un piccolo viaggio nella storia del continente: le guerre di religione, gli eserciti multinazionali, i mercenari che si spostavano da un fronte all’altro, gli scambi linguistici tra tedesco, olandese, spagnolo e italiano. Ogni volta che usiamo questa parola, senza saperlo, evochiamo secoli di storia europea. Chi vuole approfondire può consultare la scheda della Treccani, che ne ricostruisce l’etimologia.
È lo stesso tipo di sorpresa che si prova scoprendo l’origine di altre parole quotidiane, come l’inaspettata storia della parola «ciao», nata a Venezia da un’espressione di servitù.

Farabutto nella lingua di oggi
Nonostante l’origine antica, “farabutto” è ancora oggi una parola viva e molto usata, sia nel parlato quotidiano sia nella narrativa e nel giornalismo. La ritroviamo nei romanzi d’avventura, nei film di cappa e spada e nelle cronache, ogni volta che serve condannare con forza un imbroglione o un truffatore. Al femminile esiste la forma “farabutta”, meno frequente ma perfettamente corretta.
La sua persistenza dimostra come certe parole, pur cambiando completamente contesto, sappiano attraversare i secoli senza perdere efficacia. Da insulto rivolto ai soldati predoni delle Fiandre a epiteto per i disonesti dei nostri giorni, “farabutto” continua a colpire nel segno proprio grazie al suo suono deciso e alla sua carica di sdegno.
Domande frequenti su “farabutto”
Cosa significa esattamente “farabutto”?
Indica una persona disonesta, un mascalzone, un individuo capace delle peggiori azioni e privo di scrupoli. È un termine dal forte valore dispregiativo.
Da dove deriva la parola “farabutto”?
Deriva dal basso tedesco Freibeuter e dall’olandese vrijbuiter, che significano “predone, corsaro”, letteralmente “colui che fa bottino liberamente”.
Che rapporto c’è tra “farabutto” e “filibustiere”?
Hanno la stessa origine: entrambe risalgono all’olandese vrijbuiter. “Farabutto” è la versione terrestre, “filibustiere” quella marinaresca legata alla pirateria.
Come è arrivata questa parola in Italia?
Fu portata dai soldati italiani che combattevano nell’esercito di Fiandra. A Napoli il termine tedesco venne adattato in frabbutto, da cui l’attuale “farabutto”, attestato dal Settecento.
Perché ha cambiato significato nel tempo?
Il predone che saccheggia senza regole rappresentava l’idea dell’uomo senza scrupoli. Perso il riferimento militare, è rimasto il senso morale di persona disonesta.
“Farabutto” è una parola volgare?
No, non è volgare, ma è un insulto forte e dispregiativo. Ha un tono quasi letterario e viene usato per condannare con decisione un comportamento disonesto.