Da bambini ci hanno insegnato che le foreste sono i “polmoni del pianeta” e che dobbiamo agli alberi l’aria che respiriamo. È una bella immagine, ma non è del tutto esatta. La maggior parte dell’ossigeno che riempie i nostri polmoni non arriva dai boschi, bensì dal mare. Ecco un fatto sorprendente e verificato che cambia il modo di guardare l’oceano.
Non sono gli alberi a produrre più ossigeno
Contrariamente a quanto si pensa comunemente, le foreste terrestri non sono la principale fonte dell’ossigeno che respiriamo. Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia scientifica statunitense che studia oceani e atmosfera, almeno la metà dell’ossigeno prodotto sulla Terra proviene dall’oceano. Alcune stime arrivano a indicare tra il 50 e l’80 per cento.
Questo non significa che gli alberi non siano importanti: lo sono moltissimo, per la biodiversità, per il clima e per l’assorbimento dell’anidride carbonica. Ma quando si parla di produzione di ossigeno, il vero protagonista è invisibile e vive nell’acqua.
I veri “polmoni del pianeta”: il fitoplancton
A generare gran parte dell’ossigeno sono minuscoli organismi chiamati fitoplancton. Si tratta di alghe microscopiche, batteri e altri esseri viventi che galleggiano vicino alla superficie del mare, dove arriva la luce del Sole. Sono così piccoli da essere invisibili a occhio nudo, ma sono presenti in numeri sterminati in ogni oceano del mondo.
Come le piante terrestri, il fitoplancton compie la fotosintesi: cattura la luce solare, assorbe anidride carbonica e rilascia ossigeno. Considerando l’enorme estensione degli oceani, che coprono oltre il settanta per cento della superficie terrestre, il contributo complessivo di questi organismi è gigantesco.

Un batterio che vale una foresta
Tra tutti i produttori di ossigeno del mare, uno merita una menzione speciale: si chiama Prochlorococcus. È un batterio fotosintetico grande pochi millesimi di millimetro, ma è probabilmente l’organismo fotosintetico più abbondante del pianeta. Secondo gli scienziati, da solo potrebbe generare fino a un quinto di tutto l’ossigeno della biosfera.
Detto in altre parole, questo minuscolo essere vivente produrrebbe più ossigeno di tutte le foreste tropicali messe insieme. Eppure è stato scoperto solo nel 1986, tanto è piccolo e discreto. È un promemoria potente di quanto poco conosciamo ancora del mondo che ci circonda.
Perché allora si parla di “polmoni verdi”?
Se il mare produce così tanto ossigeno, perché siamo abituati a pensare agli alberi? Il motivo è in parte culturale e in parte pratico. Le foreste sono visibili, familiari e facili da immaginare, mentre il fitoplancton è microscopico e nascosto. Inoltre gli alberi svolgono davvero un ruolo cruciale nell’assorbire anidride carbonica e nel regolare il clima.
Il caso dell’Amazzonia
Si sente spesso dire che la foresta amazzonica produce il venti per cento dell’ossigeno del pianeta. In realtà gli scienziati fanno notare che una foresta matura consuma con la respirazione e la decomposizione gran parte dell’ossigeno che produce. Il suo contributo netto all’atmosfera, quindi, è molto più basso di quanto si creda. Questo non toglie nulla al valore inestimabile dell’Amazzonia, ma ridimensiona lo slogan.

Produzione e consumo: un equilibrio delicato
Va detto che il discorso sull’ossigeno è più complesso di un semplice “chi ne produce di più”. Anche nel mare, una parte dell’ossigeno generato dal fitoplancton viene poi consumata da altri organismi e dai processi di decomposizione. Sul lungo periodo, l’ossigeno che respiriamo si è accumulato nell’atmosfera nel corso di miliardi di anni, grazie proprio all’attività di questi microrganismi fotosintetici.
Quel che conta, per capire il fatto sorprendente di oggi, è che gli oceani sono responsabili della maggior parte della produzione di ossigeno del pianeta. Sono un motore biologico immenso, silenzioso e spesso trascurato.
Perché dovrebbe interessarci
Riconoscere il ruolo del mare cambia il modo in cui guardiamo alla sua salute. Gli oceani sono minacciati dal riscaldamento globale, dall’acidificazione e dall’inquinamento, e tutto questo può danneggiare il fitoplancton. Proteggere il mare non significa solo salvare balene e coralli: significa difendere una delle principali fabbriche di ossigeno del pianeta.
La buona notizia è che la ricerca sta trovando soluzioni sempre più ingegnose per aiutare gli oceani. Ne è un esempio la scoperta di un’alga capace di catturare le microplastiche dall’acqua, un piccolo alleato nella lotta all’inquinamento marino.
In sintesi
La prossima volta che farai un respiro profondo, ricordati del mare. Buona parte di quell’aria non arriva da un albero, ma da miliardi di alghe e batteri microscopici che, invisibili, lavorano senza sosta appena sotto la superficie dell’oceano. Un fatto che ci ricorda quanto la vita del pianeta dipenda anche da ciò che non vediamo.
Domande frequenti
Quanto ossigeno viene dagli oceani?
Secondo la NOAA, almeno la metà dell’ossigeno prodotto sulla Terra proviene dall’oceano; alcune stime indicano tra il 50 e l’80 per cento. La fonte principale è il fitoplancton.
Che cos’è il fitoplancton?
È l’insieme di alghe microscopiche, batteri e altri organismi che vivono vicino alla superficie del mare e compiono la fotosintesi, producendo ossigeno e assorbendo anidride carbonica.
È vero che un batterio produce più ossigeno delle foreste tropicali?
Si stima che il batterio Prochlorococcus, uno dei più abbondanti al mondo, generi fino a un quinto dell’ossigeno della biosfera, più di tutte le foreste tropicali insieme.
Allora gli alberi non servono a nulla?
Al contrario. Gli alberi sono fondamentali per la biodiversità, il clima e l’assorbimento di anidride carbonica. Semplicemente non sono la principale fonte dell’ossigeno che respiriamo.
L’Amazzonia produce davvero il 20% dell’ossigeno?
È uno slogan diffuso ma impreciso. Una foresta matura consuma gran parte dell’ossigeno che produce, quindi il suo contributo netto all’atmosfera è molto più basso di quel numero.
Perché è importante proteggere il fitoplancton?
Perché è una delle principali fonti di ossigeno del pianeta. Il riscaldamento, l’acidificazione e l’inquinamento degli oceani possono danneggiarlo, con conseguenze sull’intero equilibrio della Terra.
