Se conosci un Esposito, è facile che il suo cognome sia nato da un cilindro di legno incastrato nel muro di un ospedale di Napoli. Per almeno due secoli, chiunque passasse da quella ruota usciva dall’altra parte con lo stesso cognome: Esposito, cioè «esposto», abbandonato.
La ruota degli esposti era un oggetto semplice, quasi un mobile. Ma faceva una cosa che nessuna porta poteva fare: permetteva a una madre di lasciare il figlio al sicuro senza che nessuno la vedesse in faccia.
Come girava, in pratica?
Il funzionamento stava tutto in tre mosse.
- Dalla strada si apriva un’apertura nel muro, e dietro c’era un cilindro di legno girevole con uno spazio vuoto, grande appena quanto una culla. Chi arrivava, spesso di notte, ci appoggiava il neonato.
- Poi si faceva girare il cilindro. Il bambino passava all’interno, e dalla strada si vedeva di nuovo solo legno. Chi stava fuori non vedeva chi stava dentro, e viceversa.
- Il movimento avvisava le suore o le balie di turno, che prendevano il piccolo, lo registravano e gli davano un nome e un numero.
A Napoli, alla Casa Santa dell’Annunziata, ai bambini veniva appesa al collo una medaglietta di piombo con l’immagine della Madonna da una parte e il numero di ingresso dall’altra. La chiamavano «merco», il marchio. E il cognome, fino all’estate del 1811, era sempre lo stesso.
Perché proprio Esposito?
Perché in un’epoca senza anagrafe moderna il cognome serviva a dire da dove venivi, e quei bambini venivano dalla ruota. Il problema era che il marchio non si toglieva più: Esposito, per tutti, voleva dire figlio di nessuno. Lo capì Gioacchino Murat, il re francese di Napoli, che con un decreto lo vietò per i nuovi arrivati, definendolo «una macchia» che danneggiava i bambini per tutta la vita. Lo racconta l’archivio storico del Comune di Napoli, che conserva le carte di quei piccoli.
Troppo tardi, però: ormai gli Esposito erano tantissimi, e oggi il cognome è tra i più diffusi d’Italia.
Lo stesso succedeva altrove, con nomi diversi. A Milano l’ospedale Ca’ Granda dava ai suoi trovatelli il cognome Colombo, dalla colomba disegnata sul suo stemma, come ricorda il Policlinico di Milano, che di quell’ospedale è l’erede. A Firenze nascevano gli Innocenti, a Roma i Proietti, in altre città i Diotallevi, i Trovato, gli Sperandio. Nomi bellissimi, a pensarci, con dentro una storia triste.
La prima bambina della ruota
La più famosa resta quella di Firenze, sotto il portico dello Spedale degli Innocenti progettato da Brunelleschi. La prima bambina accolta arrivò il 5 febbraio 1445, giorno di Sant’Agata, e infatti la chiamarono Agata Smeralda. Alcuni documenti la datano un anno prima: a Firenze l’anno nuovo cominciava a marzo, e gli storici si sono dovuti mettere d’accordo con il calendario.
Spesso le madri lasciavano accanto al neonato un oggetto: mezza medaglietta spezzata, un bottone, un nastro, un santino. L’altra metà la tenevano loro, sperando un giorno di tornare a riprendere il figlio con la prova in mano. Molte di quelle mezze medaglie sono ancora lì, esposte nel Museo degli Innocenti.
Sopra quella finestra c’è ancora un affresco con due putti che reggono una frase dei Salmi, in latino: mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha accolto. Era il messaggio per chi passava di lì con un fagotto in braccio.
La finestra fiorentina fu murata nel 1875, mentre altrove in Italia qualche ruota girò ancora per decenni. Il trucco per accorgersene, da domani, è semplice: guarda i cognomi. Come la lettera finale del codice fiscale, anche un cognome a volte nasconde un meccanismo, e c’è chi l’ha fatto diventare una parola, come il capitano da cui viene boicottaggio.
Dietro molti Esposito, Colombo e Innocenti c’è un cilindro di legno.
Fonti
Comune di Napoli – Filze dei Projetti, introduzione all’inventario
Policlinico di Milano – L’importanza di chiamarsi Colombo (Blister 16)
HIMETOP – Foundlings wheel, Ospedale degli Innocenti
Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2026
