Prendi uno spaghetto crudo, afferralo ai capi e piegalo finché non cede. Adesso guarda per terra: i pezzi sono tre, spesso quattro. Mai due. Puoi riprovare quante volte vuoi e cambiare marca: finisce sempre così.
Non è sfortuna, ed è il motivo per cui quando accorci la pasta lunga per farla stare nella pentola piccola ti ritrovi sempre con quel pezzettino inutile che schizza sotto il frigorifero. Lo spaghetto si rompe due volte, e la seconda arriva così in fretta che il tuo orecchio sente un rumore solo.
La sera in cui un premio Nobel si arrese
Richard Feynman aveva già vinto il Nobel per la fisica quando passò un paio d’ore in cucina, con l’amico informatico Danny Hillis, a spezzare spaghetti uno dopo l’altro. Volevano capire perché non si rompessero a metà. Alla fine, raccontò Hillis anni dopo, c’erano pezzi di pasta sparsi in tutta la stanza e nessuna teoria che stesse in piedi.
La risposta è arrivata molto più tardi, dai fisici Basile Audoly e Sébastien Neukirch, a Parigi. Hanno ripreso spaghetti che si spezzavano con una telecamera velocissima e hanno visto una cosa che a occhio nudo non si può vedere.
Quello che succede in un battito di ciglia
Quando pieghi lo spaghetto la prima crepa parte dove la curva è più stretta, cioè al centro. Fin qui nessuna sorpresa. Il bello viene subito dopo: i due monconi, liberati di colpo, non si raddrizzano con calma come un trampolino dopo il tuffo. Si mettono a vibrare, e lungo la pasta corre un’onda, la stessa che vedi se scuoti una corda tesa.
Quell’onda è il problema. Mentre viaggia incontra se stessa, e in alcuni punti la curva dello spaghetto diventa più stretta di quanto fosse un istante prima della rottura: fino a tre volte tanto, hanno calcolato. La pasta, che era già al limite, cede una seconda volta. Poi il moncone nuovo fa lo stesso, e avanti così. Una crepa tira l’altra. Il loro lavoro è valso agli autori un Ig Nobel, il premio che ogni anno celebra le ricerche che prima fanno ridere e poi fanno pensare.
E se invece lo torci?
Feynman aveva lasciato aperta la domanda più impertinente: esiste un modo per spezzarlo in due? Un gruppo di matematici del Massachusetts ci si è intestardito e ha costruito una macchinetta che prima avvita lo spaghetto su se stesso, quasi un giro completo, e poi lo piega lentamente.
Funziona. La torsione smorza il rimbalzo dei monconi e manda lungo la pasta una seconda onda, quella di torsione, che corre più veloce e ruba energia alla prima. Risultato: due pezzi puliti, come voleva Feynman. Il trucco però è schizzinoso, e l’avvitamento giusto cambia a seconda di quanto lo spaghetto è lungo e grosso: con le dita, in cucina, non ci riuscirai.
Ci vuole una macchina per spezzare uno spaghetto a metà. Sembra una barzelletta, e invece è il motivo per cui la stessa matematica serve a capire come si rompono le fibre di vetro e i rami degli alberi nella tempesta.
La pasta lunga, del resto, ci ha sempre messo in difficoltà: c’è chi voleva abolirla per legge e chi giura che l’abbia portata Marco Polo, e sbaglia. Come l’impasto che si gonfia da solo, anche la pasta secca nasconde una fisica che nessuno le chiede.
Feynman morì prima che qualcuno gli rispondesse. Tu invece, la prossima volta che sei davanti alla pentola troppo piccola con la pasta in mano, sai già dove va a finire il terzo pezzo. Sotto il frigorifero, come sempre.
Fonti
MIT News, «Mathematicians solve age-old spaghetti mystery»
Science News, «That’s the way the spaghetti crumbles»
Ultimo aggiornamento: 21 settembre 2026