Il cervo italiano che era rimasto in dieci

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Alla fine della guerra, in un bosco affacciato sull’Adriatico, erano rimasti dieci cervi. Dieci. Erano gli ultimi cervi rossi nati e cresciuti in Italia da sempre, gli unici veri autoctoni, e stavano per sparire per sempre.

Oggi sono circa trecento, e una parte di loro corre in un bosco della Calabria. In mezzo c’è una delle storie di salvataggio più italiane che ci siano, con un duca, un errore grosso e un trasloco.

Un bosco salvato da un duca che voleva cacciare

Il posto si chiama Gran Bosco della Mesola, vicino a Ferrara, ed esiste ancora per un motivo quasi buffo: piaceva a un signore che ci voleva andare a caccia. Verso la fine del Cinquecento il duca Alfonso II d’Este si fece costruire un castello vicino alla foce del Po e recintò il bosco con un muro lungo chilometri, per tenersi la selvaggina tutta per sé.

Quel capriccio da nobile annoiato è la ragione per cui i cervi sono sopravvissuti fin qui. Poi vennero secoli di tagli, di pascolo, di fucili, e il bosco si ridusse a un fazzoletto stretto tra le valli salmastre e il mare. Nel 1945, contati a vista camminando tra i ceppi, ne restavano dieci. In un posto così, dieci animali possono svanire in una sola stagione storta.

Poi arrivò il daino

La beffa è che il colpo più duro glielo diede proprio chi doveva proteggerli. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli stessi guardiaboschi portarono nel bosco i daini, che in Italia non c’entrano nulla, sono forestieri. E i daini mangiano tutto, si muovono in branchi affamati, e in un posto così povero non lasciano briciole. Il sottobosco si spelacchiò, i piccoli dei cervi smisero di nascere, e a un certo punto i cervi tornarono a contarsi sulle dita.

La svolta arrivò quando qualcuno capì l’errore e cominciò a togliere i daini, a migliaia, uno dopo l’altro, fino a mandarli via del tutto. Liberato il tavolo, i cervi ricominciarono a fare figli. È un adattamento curioso, il loro: sono più piccoli dei cugini europei e hanno palchi con meno punte, non perché siano malati, ma perché in un ambiente così avaro conviene essere sobri, proprio come i cervi della Sardegna o delle brughiere scozzesi.

Onestà vuole che si dica una cosa: gli studiosi litigano ancora su come chiamarli, se una sottospecie tutta italiana o no. E il rischio vero resta, perché una popolazione così piccola e chiusa in sé ha poco sangue nuovo, e una brutta epidemia potrebbe bastare.

Sessanta cervi verso la Calabria

Proprio per questo è nata l’Operazione Cervo Italico. L’idea è semplice: non tenere tutte le uova nello stesso paniere. Nel 2023 un primo gruppo è partito dalla Mesola verso il Parco delle Serre, in Calabria, per dare alla specie una seconda casa lontana dalla prima. Al tavolo siedono i Carabinieri Forestali, il WWF, l’istituto nazionale per l’ambiente e un paio di università.

Ha funzionato. È lo stesso copione che ha riportato lo stambecco sulle Alpi, ha rimesso in volo il gipeto e ha ridato la lontra ai nostri fiumi: prima si toglie la causa del male, poi si moltiplicano i posti dove la specie può vivere.

E infatti in Calabria è arrivata la notizia che si aspettava. In una radura, davanti a una fototrappola, è comparso il primo cucciolo di cervo italiano nato lontano dalla Mesola.

Da dieci a un cerbiatto nuovo, ottocento chilometri più a sud.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2026