Tra il 1945 e il 1947, nel Gran Bosco della Mesola (provincia di Ferrara), restavano circa dieci cervi. Il dato è nel programma nazionale di conservazione curato da Sandro Lovari e Giuseppe Nobili per ISPRA nel 2010. Oggi quella popolazione conta circa 300 capi ed è l’unico cervo rosso autoctono della penisola italiana.
Il bosco era uscito dalla guerra ridotto male: tagli pesanti, recinzioni aperte, animali abbattuti per fame o per commercio. Chi contava i cervi in quegli anni lo faceva a vista, camminando tra le ceppaie. Dieci animali, in un lembo di pineta e leccio schiacciato tra le valli salmastre e il mare, sono una popolazione che può sparire in una stagione.
Il barco del duca: mille ettari e dodici chilometri di muro
Il bosco della Mesola sopravvive perché un duca ci voleva cacciare. Tra il 1578 e il 1583 Alfonso II d’Este fece costruire un castello presso la foce del Po e cinse un migliaio di ettari di bosco con una muraglia di circa dodici chilometri, come ricostruisce il quaderno ISPRA sulla scorta delle ricerche di Alfieri (1970) e Cencini (1979). Alla fine del Cinquecento la macchia arrivava a circa 5.000 ettari.
Poi tre secoli di erosione. Tagli, pascolo, caccia. Nel 1919 il bosco passò alla Società delle Bonifiche Ferraresi, che lo gestì come riserva venatoria fino alla Seconda guerra mondiale. Un rapporto di Costantini del 1907, citato nella letteratura di gestione, registra circa quindici cervi abbattuti nel decennio 1896-1906: pochi animali, già allora. Nel 1954 il Gran Bosco fu acquistato dal Corpo Forestale dello Stato; dal 1977 è Riserva Naturale Statale, oggi poco più di 1.000 ettari dentro il Parco del Delta del Po dell’Emilia-Romagna.
Dieci cervi nel 1945, poi arrivò il daino
La minaccia successiva la portò l’amministrazione che doveva proteggerli. Tra il 1957 e il 1965 il Corpo Forestale reintrodusse nel bosco il daino (Dama dama), specie alloctona in Italia. Il daino mangia quasi tutto, si muove in gruppi numerosi e in un habitat povero come quello della Mesola lascia poco agli altri. Tra il 1980 e il 1993 la sua consistenza oscillò verosimilmente fra 350 e 1.000 capi; nel primo decennio del Duemila stava fra 950 e 1.000. Il sottobosco si impoverì, la rinnovazione del bosco si bloccò, la natalità dei cervi crollò.
Nel 1992 il nucleo di cervi scese a 54 capi, dei quali 39 chiusi nel recinto dell’Elciola. Il cambio di rotta arrivò nel 1994-95, con la riduzione drastica del daino e il miglioramento degli habitat: il tasso di natalità passò da 2,7 piccoli ogni 10 femmine adulte (1994-96) a 3,7 (1997-98) e la mortalità degli adulti scese dal 12% al 6%, secondo i dati raccolti da Stefano Mattioli e colleghi nel 2003 e ripresi da Riccardo Carradori su Biologia Ambientale (vol. 30, 2016, pp. 67-71). Fra l’inverno 1982-83 e quello 1995-96 dal bosco furono catturati e allontanati 1.683 daini; il contenimento proseguì per anni fino all’eradicazione.
| Anno o periodo | Cervi | Contesto |
|---|---|---|
| 1578-1583 | non stimati | Alfonso II d’Este cinge il barco con 12 km di muro |
| 1896-1906 | circa 15 abbattuti | Riserva di caccia privata (Costantini, 1907) |
| 1936 | 30-40 abbattuti | Gestione Bonifiche Ferraresi (Castelli, 1941) |
| 1938 | 25-30 abbattuti | Gestione Bonifiche Ferraresi (Castelli, 1941) |
| 1945-1947 | circa 10 presenti | Minimo storico dopo i tagli di guerra |
| fine anni Sessanta | circa 40 | Ripresa sotto il Corpo Forestale (Boldreghini, 1969) |
| 1972 | una dozzina all’Elciola | Recinzione centrale: nascono due sottopopolazioni |
| 1980 | 100-120 | Primo censimento in battuta (Perco, 1984) |
| 1982 | 90 | Di cui 54 nel recinto dell’Elciola |
| 1992 | 54 | Massima pressione del daino |
| 1999 | 67 | Dopo il miglioramento ambientale del 1994-95 |
| 2006 | circa 120 | Panda d’Oro WWF al Corpo Forestale |
| 2010 | circa 150 | Stima del programma nazionale ISPRA |
| 2023-2026 | circa 300 | Popolazione di origine per i trasferimenti in Calabria |
L’isolamento ha lasciato un segno sul corpo. I maschi adulti pesano in media 110 kg e le femmine 74, misure inferiori dell’8-15% rispetto ad altre popolazioni europee di cervo rosso (Mattioli, 1993). I palchi degli adulti hanno di solito sei punte totali invece delle dodici tipiche della specie, e mancano spesso l’ago e la corona terminale. Non è degenerazione: è l’adattamento di un erbivoro a un ambiente che rende poco, lo stesso schema dei cervi sardi e delle brughiere scozzesi.
Come si chiama, e chi non è d’accordo
Nel 2014 Frank E. Zachos, Stefano Mattioli, Francesco Ferretti e Rita Lorenzini hanno proposto per questa popolazione il rango di sottospecie, Cervus elaphus italicus, in un articolo sull’Italian Journal of Zoology (81:1, pp. 136-143), sostenendo che il riconoscimento tassonomico ne rafforzerebbe la tutela.
Il punto resta discusso. Lorenzini e Garofalo (2015) ritengono che le sottospecie nordafricana e sardo-corsa vadano considerate una sola, e Carradori nel 2016 scrive che la questione «appare ancora controversa» e auspica una revisione. Qui il fatto è la distanza genetica misurata; l’ipotesi è che valga il rango di sottospecie; il dibattito è aperto. Chi gestisce il bosco, intanto, tratta quegli animali come una linea da non perdere.
Sessanta cervi verso le Serre
Una popolazione chiusa in mille ettari, con bassa variabilità genetica, è a un’epidemia dalla scomparsa. Da qui l’«Operazione Cervo Italico»: nel marzo 2023 un primo nucleo di venti animali è partito dalla Mesola per il Parco Naturale Regionale delle Serre, in Calabria, con l’obiettivo di una sessantina di individui nel triennio 2023-2025. Alla cabina di regia siedono Carabinieri Forestali e Carabinieri per la Biodiversità, ISPRA, WWF Italia, Regione Calabria, Università di Siena e di Bologna, DREAM Italia e l’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana.
Nel luglio 2024 è nato nel parco calabrese il primo cucciolo di cervo italico fuori dalla Mesola, e nell’estate 2025 le fototrappole hanno ripreso altre femmine con prole. È lo stesso schema che ha funzionato per lo stambecco delle Alpi salvato dall’estinzione, per il gipeto tornato a volare sulle Alpi e, senza traslochi, per la lontra nei fiumi italiani: prima si toglie la causa del declino, poi si moltiplicano i luoghi dove la specie può stare.
Cosa non è vero
Che il daino sia il cervide storico del bosco. Il daino in Italia è specie alloctona: alla Mesola fu introdotto dal Corpo Forestale tra il 1957 e il 1965 e oggi è stato eradicato dalla Riserva. Il cervo, secondo il programma nazionale ISPRA (2010), è l’unica popolazione autoctona di cervo rosso rimasta nella penisola.
Che i cervi della Mesola siano piccoli perché consanguinei. La taglia ridotta e i palchi semplificati sono un adattamento a un ambiente poco produttivo, descritto già da Mattioli nel 1993 e discusso da Carradori (2016). La bassa variabilità genetica esiste ed è un rischio reale per il futuro, ma è un problema distinto dalle dimensioni corporee.
Nella Riserva, in tarda estate e d’inverno, l’integrazione alimentare è di circa mezzo chilo al giorno per capo. Si riempie la mangiatoia e ci si allontana. I cervi arrivano dopo.
Fonti
- ISPRA, Programma nazionale di conservazione del cervo della Mesola, Quaderni di Conservazione della Natura n. 36, a cura di S. Lovari e G. Nobili, 2010
- Zachos F.E., Mattioli S., Ferretti F., Lorenzini R., «The unique Mesola red deer of Italy», Italian Journal of Zoology, 81(1): 136-143, 2014
- Carradori R., «Biologia e gestione del Cervo della Mesola», Biologia Ambientale, 30: 67-71, 2016
- Parco Naturale Regionale delle Serre, «Operazione Cervo Italico»
- Parco del Delta del Po Emilia-Romagna, Riserva Naturale Gran Bosco della Mesola
Ultimo aggiornamento: 9 settembre 2026