Per tre secoli la tomba di Dante è rimasta vuota

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Il 27 maggio 1865, a Ravenna, un muratore stava per buttare tra le macerie una vecchia cassetta di legno. Dentro c’erano le ossa di Dante, che da più di tre secoli non stavano nella sua tomba.

Il muratore si chiamava Pio Feletti e non sapeva leggere. Stava abbattendo un pezzo di muro nel piccolo giardino accanto alla basilica di San Francesco, dove si lavorava in fretta per il seicentesimo compleanno del poeta. Sulla cassetta c’era una scritta in latino, ma per lui era solo legno vecchio. A salvarla fu un ragazzo che passava di lì, uno studente di nome Anastasio Matteucci. Lesse le parole incise sul coperchio e si mise a gridare: «Sono le ossa di Dante!».

Come ci erano finite, in un muro?

Per capirlo bisogna tornare a quando Dante muore in esilio a Ravenna. Firenze lo aveva cacciato e condannato, ma appena il poeta diventa famoso comincia a rivolerlo indietro. Chiede i suoi resti più volte, e ogni volta Ravenna fa orecchie da mercante.

Nel 1519 i fiorentini giocano la carta più pesante. Il papa è Leone X, un Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Un gruppo di letterati di Firenze gli scrive una supplica per riportare Dante a casa, e fra le firme c’è quella di Michelangelo, che si offre di scolpirgli una tomba degna. Come racconta il drammaturgo Marco Martinelli nella sua ricostruzione del furto, Michelangelo sapeva la Commedia a memoria e sognava un mausoleo grandioso. Il papa dice sì.

Gli inviati arrivano a Ravenna, aprono il sarcofago e lo trovano praticamente vuoto.

Il buco dietro il sarcofago

I frati francescani che custodivano la tomba avevano giocato d’anticipo. Dal loro convento avevano aperto un passaggio nel muro che confinava con il sarcofago, e da lì avevano sfilato le ossa del poeta. Poi avevano fatto finta di niente. Nessuno a Firenze poteva accusarli di nulla: il sepolcro era intatto, solo che dentro non c’era più Dante.

Per più di un secolo e mezzo i resti girano per il convento, custoditi in segreto di priore in priore. Nel 1677 un frate, Antonio Santi, li sistema in una cassetta di legno e ci scrive sopra in latino che le ossa di Dante le ha messe lì lui, con tanto di data. È la firma che due secoli dopo leggerà lo studente Matteucci.

Poi arriva Napoleone. Nel 1810 le sue leggi chiudono i conventi e i frati devono andarsene. Prima di partire, murano la cassetta dentro una porta del Quadrarco di Braccioforte, il piccolo recinto accanto alla tomba. E lì la cassetta resta per più di cinquant’anni, mentre i visitatori portano fiori davanti a un sarcofago vuoto. La storia completa, con le date, la racconta anche il sito del turismo del Comune di Ravenna.

E oggi dove sono?

Dopo il ritrovamento le ossa vengono esaminate, esposte per qualche giorno in una teca di vetro e poi rimesse nel sarcofago, dentro il tempietto neoclassico che tutti fotografano. Ci sono ancora. Tranne una parentesi: durante la Seconda guerra mondiale, per paura dei bombardamenti, la cassetta viene nascosta di nuovo, questa volta sotto terra nel giardino. I frati, a quanto pare, avevano fatto scuola.

Firenze intanto si è arresa con eleganza. Nella basilica di Santa Croce c’è un grande monumento a Dante, ma è un cenotafio: una tomba senza nessuno dentro. A Ravenna, invece, da poco una targa ricorda finalmente lo studente Matteucci.

Se ti piacciono le storie di cose date per perse, c’è quella del pino del Pollino che era già vecchio quando nacque Dante. E se la Commedia ti è rimasta nel cuore, c’è anche la storia dell’accidia, il vizio che Dante sprofonda in una palude.

Ogni anno, a settembre, Firenze manda a Ravenna l’olio dei suoi colli per la lampada che arde sulla tomba. Dante non è mai tornato a casa. Casa, nel suo piccolo, va da lui.

Fonti

Ravenna Turismo, La storia del trafugamento delle ossa dantesche

APT Emilia-Romagna, Il mistero delle ossa di Dante Alighieri

RavennaToday, Una targa ricorda lo studente Anastasio Matteucci

Marco Martinelli, Il furto delle ossa di Dante, Doppiozero

Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2026