Esiste una parola, in gallese, che descrive il sentimento di chi prova nostalgia per una casa a cui non si può più tornare, o forse che non è mai esistita davvero. Si scrive hiraeth e si pronuncia all’incirca «hi-raith». Non ha un equivalente diretto in italiano: è desiderio, malinconia, appartenenza a luoghi perduti e mai del tutto presenti. Ecco la storia, il significato e l’uso di una delle parole più poetiche della cultura europea.
Cosa significa Hiraeth
In gallese, lingua celtica parlata in Galles e in alcune comunità della Patagonia argentina, hiraeth indica un misto di nostalgia, malinconia, desiderio e senso di perdita verso un luogo, un tempo o una persona che non si può più raggiungere. Spesso si lega alla terra natale, ma può riferirsi anche a un passato idealizzato o a una versione della propria identità che non esiste più.
La parola è considerata intraducibile: «nostalgia» rende solo una parte del suo significato, «struggimento» perde la dimensione collettiva, «morbidezza» allude a qualcosa di troppo dolce. Hiraeth contiene il senso che ciò di cui ci manca potrebbe essere irrecuperabile o, paradossalmente, mai esistito.
L’origine della parola
Le radici di hiraeth si trovano nei primi testi gallesi del Medioevo. Compare in poesie e canti popolari del XV secolo, ma l’idea che esprime è molto più antica e attinge alla tradizione bardica delle isole britanniche. La radice hir-, in gallese, significa «lungo», e aeth richiama un’idea di andare via, di partenza. Letteralmente è dunque «un lungo andare via» o «una partenza prolungata».

Una parola nata dalla storia
L’attaccamento dei gallesi alla loro terra non è casuale. Nel corso dei secoli il Galles ha vissuto invasioni, processi di assimilazione linguistica e movimenti migratori importanti, soprattutto verso l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Argentina. La diaspora ha trasformato hiraeth in un sentimento collettivo, declinato di generazione in generazione fra chi ha lasciato la patria e chi è rimasto, ma sente che qualcosa è cambiato.
Come si pronuncia Hiraeth
La pronuncia corretta, in gallese, è HEER-aith, con l’h aspirata, la i chiusa e una doppia vocale finale che ricorda l’inglese «ai» di aisle. In Italia si tende a pronunciarla all’inglese, ma la versione più rispettosa della lingua originaria si avvicina a «hi-raith», con accento sulla prima sillaba.
Hiraeth e le parole sorelle in altre lingue
La nostalgia è un sentimento universale, ma ogni lingua ne sceglie una sfumatura. Alcuni vicini di casa di hiraeth:
- Saudade, portoghese: malinconia per qualcuno o qualcosa di lontano, con una componente di dolcezza accettata;
- Sehnsucht, tedesco: desiderio profondo verso qualcosa di indefinito, spesso utopico;
- Toska, russo: tormento spirituale che oscilla fra noia e disperazione, descritto da Nabokov;
- Dor, rumeno: misto di amore, mancanza e desiderio per persone, luoghi o ricordi;
- Cwtch, sempre gallese: una sorta di abbraccio caloroso e protettivo, l’opposto consolatorio di hiraeth.
L’italiano «nostalgia» (dal greco nostos, ritorno, e algos, dolore) è la parola più vicina, ma è stata coniata in epoca moderna come termine medico e ha conservato una sfumatura clinica che hiraeth non ha mai avuto.
Quando si usa Hiraeth nella lingua quotidiana
In Galles, hiraeth viene usato spesso, soprattutto da chi vive all’estero o da chi torna nel proprio villaggio dopo molti anni. Si può sentire un’emigrante dire «Mae hiraeth arna i» («ho nostalgia, ho hiraeth»). È un termine emotivo e dignitoso, che non implica debolezza ma riconoscimento del legame con una comunità o un paesaggio.

Hiraeth come bandiera culturale
La parola compare nei testi delle band gallesi contemporanee, nei titoli di film, nei libri di poesia, nelle insegne dei pub e nelle parole di chi rivendica la lingua come parte fondamentale dell’identità. Nei festival come l’Eisteddfod, il più antico raduno bardico d’Europa, hiraeth è un tema ricorrente nelle composizioni in lingua gallese.
Hiraeth in letteratura e canzone
Hiraeth attraversa l’opera di poeti come Dylan Thomas, R. S. Thomas e Gillian Clarke. Compare nelle ballate del coro gallese più celebre, i Treorchy Male Choir, e ispira il romanzo Hiraeth di Pamela Petro, in cui l’autrice statunitense racconta la propria scoperta della parola come cittadina di seconda generazione in cerca delle proprie radici.
Anche fuori dal Galles, hiraeth è entrato nella cultura pop: appare in album di musica indie, in titoli di videogiochi indipendenti e nelle conversazioni sui social di chi sente di non avere un posto preciso da chiamare casa.
Perché ci colpisce così tanto
La forza di hiraeth sta nel mettere a fuoco un sentimento che molti riconoscono ma che pochi sanno nominare. La nostalgia che ci spinge a tornare nei luoghi dell’infanzia, la mancanza di una persona scomparsa, la sensazione di non appartenere più del tutto al paese che lasciamo: sono esperienze ricorrenti in un mondo che si muove sempre più velocemente.

Avere una parola per descrivere tutto questo aiuta a riconoscere le proprie emozioni, a parlarne, a condividerle. È uno dei motivi per cui le parole intraducibili affascinano: ci insegnano che ogni lingua ha occhi diversi sul mondo.
Una panoramica della parola e delle sue radici letterarie è disponibile nel reportage dedicato della BBC Culture.
Se ti incuriosiscono i termini intraducibili, puoi leggere anche la storia di cafuné, la parola portoghese per la carezza tra i capelli.
Imparare qualche parola gallese
Il gallese, in continua riscossa grazie alle politiche di tutela linguistica, conta oggi oltre ottocentomila parlanti. Alcune parole utili da conoscere accanto a hiraeth: cariad (amore), cwtch (abbraccio rassicurante), diolch (grazie), croeso (benvenuto). Una piccola scorta di vocaboli che, se ci si capita di passare in Galles, possono trasformare un viaggio in un incontro vero.
Domande frequenti
Hiraeth è solo un sentimento triste?
No. Contiene tristezza, ma anche dolcezza e gratitudine. Sentire hiraeth significa anche ricordare con affetto, riconoscere un legame profondo, valorizzare ciò che si è perso.
Hiraeth è una parola sacra o religiosa?
No, non ha valenza religiosa. È una parola laica, usata in contesti culturali, poetici e personali. Compare però spesso in canti spirituali e inni gallesi, soprattutto quelli legati alla diaspora.
Esiste un equivalente perfetto in italiano?
No, e questo è il bello. La nostalgia italiana si avvicina, ma manca della componente di luogo perduto, di identità collettiva, di possibile irrealtà. L’italiano spesso usa giri di parole o espressioni regionali per coprire l’intero campo di hiraeth.
Si scrive davvero come si pronuncia?
Più o meno. Il gallese è una lingua fonetica, ma usa lettere doppie che cambiano suono. Ae si legge come «ai» in inglese, l’h resta aspirata e l’accento cade sulla prima sillaba.
Hiraeth si può «curare»?
Hiraeth non è una malattia, dunque non si cura nel senso medico. Convivere con questo sentimento significa riconoscerlo, raccontarlo, condividerlo. Per molti diventa motore di scrittura, di viaggio, di nuovi legami.
Quale parola italiana le si avvicina di più?
«Struggimento» rende bene la sfumatura, ma è troppo individuale e raramente collettivo. «Nostalgia» è più neutra. La traduzione più onesta resta «desiderio di una casa a cui non si può tornare».