Fino a un paio di secoli fa la gente non dormiva tutta la notte di fila. Andava a letto presto, dormiva qualche ora, si svegliava verso mezzanotte e restava alzata: pregava, rammendava, riattizzava il fuoco, chiacchierava col vicino, faceva l’amore. Poi tornava a letto per il secondo giro.
Non era insonnia e nessuno se ne lamentava. Era il modo normale di attraversare la notte, e aveva perfino i suoi nomi: primo sonno e secondo sonno.
Come facciamo a saperlo
La scoperta è arrivata di traverso. Uno storico americano, Roger Ekirch, stava studiando tutt’altro, cioè com’era la vita notturna nell’Europa preindustriale: chi girava per strada al buio, chi aveva paura di cosa. E negli atti dei processi, nelle lettere private, nei diari, nei manuali dei medici continuava a inciampare nella stessa espressione, buttata lì come una cosa ovvia. Dopo il primo sonno. Prima del secondo sonno.
Quando ha smesso di scavalcarla e ha cominciato a contarla, ne ha messe insieme oltre duemila, in una dozzina di lingue diverse. Ma il dettaglio che convince davvero non è la quantità: è il tono. Nessuno si fermava mai a spiegare cosa fosse il primo sonno, esattamente come noi non spieghiamo cosa vuol dire «dopo cena».
In italiano l’espressione c’è, e sta in buona compagnia. Il Grande Dizionario della lingua italiana la registra con una fila di citazioni dal Decameron: nella novella di Ghismonda e Guiscardo il giovane viene catturato «in sul primo sonno», e altrove un’amante dà appuntamento «questa notte su ‘l primo sonno alla camera mia». Boccaccio non stava cercando un’immagine poetica. Stava fissando un orario.
Perché la notte era così lunga
La ragione è banale e sta tutta nella luce che non c’era. D’inverno, alle nostre latitudini, il buio dura quattordici ore abbondanti. Nessuno dorme così a lungo tutto d’un fiato, e nessuno aveva voglia di restare sveglio al buio per ore, in attesa dell’alba. Il corpo si è organizzato per conto suo: un blocco di sonno, una pausa, un altro blocco.
Che sia il buio a fare tutto il lavoro lo ha mostrato un esperimento condotto negli anni Novanta in un laboratorio americano. Un pugno di volontari venne chiuso in una stanza buia per tutte le ore di buio di novembre, un giorno dopo l’altro. Nel giro di poche settimane il loro sonno si era spaccato a metà da solo, con un’ora o due di veglia tranquilla nel mezzo. Nessuno aveva chiesto loro di farlo, ed è successo praticamente a tutti.
Chi ci è passato ha descritto quella veglia notturna come uno stato di quiete particolare, diverso sia dal dormire sia dallo stare svegli di giorno. Non il nervosismo di chi fissa la sveglia sul comodino: qualcosa di più simile al galleggiare.
Ma è andata davvero così per tutti?
Qui gli storici litigano ancora. Un ricercatore inglese ha ripreso gli stessi documenti e ha fatto notare che «primo sonno» poteva voler dire semplicemente «il sonno più profondo, quello che viene appena ci si addormenta»: che è, guarda caso, la definizione che ne dà ancora oggi il dizionario italiano. La sua conclusione è prudente e probabilmente giusta: qualcuno dormiva in due riprese, forse molti, ma non è detto che fosse la regola ovunque e sempre.
Cosa ci resta di quella pausa
La parte che ci riguarda più da vicino, però, è un’altra. Se ti capita di svegliarti nel cuore della notte e di restare a fissare il soffitto, la reazione tipica è il piccolo panico: domani sarò a pezzi. Quel panico è recente. È nato insieme alla luce elettrica, alle sirene delle fabbriche e agli orari imposti a tutti dall’alto, quando la notte è diventata un blocco unico da difendere e ogni interruzione un difetto da riparare. Prima era solo l’intervallo.
Su quello che succede nel proprio letto, per inciso, decide un medico e non un libro di storia. Resta il fatto che generazioni intere hanno passato un’ora sveglie al buio senza contare nemmeno una pecora, e che l’idea di contarle è arrivata molto dopo, insieme all’ansia di riaddormentarsi in fretta. Anche il sonno del primo pomeriggio, che oggi ci sembra un difetto da correggere, in quel calendario notturno ci stava benissimo.
Boccaccio dava appuntamento «su ‘l primo sonno» e non aggiungeva altro. Sapevano tutti che ora fosse.
Fonti
Roger Ekirch, Virginia Tech: Segmented Sleep
Journal of Sleep Research, In short photoperiods, human sleep is biphasic
Medical History, Have we lost sleep? A reconsideration of segmented sleep in early modern England
Grande Dizionario della lingua italiana, voce «sonno»
Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2026