L’assedio più lungo della storia durò ventun anni

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Nel Mediterraneo c’è una città che è rimasta circondata da un esercito per ventun anni. Un bambino nato la notte in cui l’assedio cominciò poteva salire sui bastioni a combattere prima che finisse.

La città si chiamava Candia. Oggi è Iraklio, la capitale di Creta, e allora era la piazzaforte più preziosa che Venezia possedesse in Oriente.

Perché non riuscivano a farla cadere

L’assedio comincia nel 1648. Gli ottomani erano sbarcati sull’isola pochi anni prima e l’avevano presa quasi tutta, ma davanti a Candia si fermarono. Le mura non erano mura: erano una montagna di terra e pietra disegnata dagli ingegneri veneziani, con bastioni bassi e larghissimi, fatti apposta per ingoiare le cannonate invece di spezzarsi.

Soprattutto, quell’accerchiamento aveva un buco grosso come il mare. Venezia teneva il porto aperto e continuava a sbarcare grano, denaro, soldati e polvere da sparo. Un assedio funziona quando chi sta dentro finisce le provviste, e qui le provviste arrivavano. Era la stessa repubblica che ha lasciato nella nostra lingua parole che usiamo ancora oggi, a cominciare da ciao, e che dai suoi traffici con l’Oriente si è portata dietro leggende dure a morire come quella degli spaghetti di Marco Polo.

La guerra che si combatteva sottoterra

Bloccati davanti ai bastioni, gli assedianti scesero sotto il livello del suolo. Scavavano gallerie verso le fondamenta per piazzarci una carica e far saltare in aria un pezzo di muraglia; i difensori scavavano cunicoli in senso contrario per intercettarli, e li ascoltavano avanzare tenendo un orecchio contro la terra. Per anni si combatté in corridoi dove non ci si poteva stare in piedi.

Fuori, intanto, l’assedio era diventato un fatto di cronaca permanente. In tutta Europa si stampavano e si vendevano mappe della città con le trincee turche disegnate una per una, aggiornate come oggi si aggiorna una diretta: la Royal Collection britannica ne conserva ancora una serie, incisa mentre la battaglia era in corso. Gentiluomini francesi, tedeschi e italiani si imbarcavano per andare a combattere qualche mese sotto quelle mura e poi tornare a casa a raccontarlo.

La resa più educata che si ricordi

Nel settembre del 1669 il capitano generale Francesco Morosini firmò la capitolazione. Non fu un crollo, fu una trattativa: il comandante ottomano Ahmed Köprülü concesse l’onore delle armi, come ricostruisce la Treccani. I veneziani uscirono dalla porta con le bandiere spiegate, le armi ancora in mano e il tempo di caricare sulle navi quello che volevano.

Si portarono via gli archivi, i quadri, le campane e le reliquie. Fra queste c’era il teschio di san Tito, il patrono dell’isola.

Ventun anni, per capirci

Ventun anni sono il tempo che serve a un neonato per diventare qualcuno che vota, lavora e ha già traslocato una volta. Chi entrò a Candia ragazzo ne uscì con i capelli grigi, e in mezzo c’erano state nascite, matrimoni, mercati e processioni dentro una città che sulla carta stava per essere espugnata da un momento all’altro.

Un dubbio onesto: qualcuno mette davanti a Candia il lunghissimo blocco di Ceuta, nel secolo successivo. Ma quello fu un accerchiamento a singhiozzo, con lunghe pause e nessuno sforzo continuo. Candia di pause non ne ebbe. Gli assedi che conosciamo meglio, come quello di Leningrado, furono più brevi e molto più feroci contro i civili.

Il teschio di san Tito, intanto, era rimasto a Venezia. Tornò a Iraklio nel 1966, nella chiesa che porta il suo nome, dove si trova ancora oggi. Ci aveva messo più dell’assedio a fare il viaggio di ritorno.

Fonti

Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2026