Guarda un acero a fine ottobre. Quel giallo c’era già da mesi, nascosto sotto il verde: il rosso invece è roba nuova, fabbricata dall’albero poche settimane prima di lasciare cadere la foglia.
La differenza sta tutta qui. Il giallo e l’arancio vengono dai caroteni, gli stessi pigmenti della carota, che nella foglia ci sono da sempre: la clorofilla è solo molto più abbondante e li tiene coperti. Quando in autunno l’albero smonta la clorofilla per recuperarne i pezzi, quei colori restano scoperti, come una parete che riappare quando togli il quadro. Il rosso segue un’altra strada: viene prodotto da zero, in settembre e in ottobre, spendendo zuccheri che l’albero potrebbe tenersi.
Un cantiere, non un funerale
Una foglia che sta per cadere ha ancora valore. Dentro ci sono azoto e fosforo che l’albero ha impiegato una primavera intera a mettere insieme, e prima di mollarla se ne riprende una buona parte: circa metà dell’azoto viene richiamato nei rami e messo da parte per le gemme dell’anno dopo. È un trasloco, e va chiuso prima che arrivi il gelo.
Il guaio è che il trasloco si fa a luce piena. Con la clorofilla ormai a pezzi, la foglia non sa più cosa farsene del sole che le batte addosso, e quella luce in eccesso rovina le cellule proprio mentre stanno lavorando. Le antocianine, i pigmenti rossi, fanno da tenda: filtrano la parte più aggressiva della luce e tengono la foglia in servizio qualche giorno in più, il tempo di finire lo sgombero. Sono pigmenti veri, quelli che colorano i mirtilli e il cavolo viola, non illusioni ottiche come i colori del pavone.
Non tutti i botanici si fermano a questa spiegazione. Un’altra ipotesi, in circolazione da oltre vent’anni, vede nel rosso anche un cartello indirizzato agli afidi: un albero che può permettersi di sprecare colore starebbe segnalando di essere in forma e poco conveniente da colonizzare. Le due letture non si escludono e la discussione è tuttora aperta. È il vero calendario dell’autunno, comunque: molto più puntuale del giorno in cui i ragni cominciano ad attraversare il salotto.
Perché l’autunno americano è più rosso del nostro
Chi torna dal New England con le fotografie se ne accorge: lì il bosco d’ottobre è acceso, in Europa tende al giallo e al bronzo. Due botanici, Simcha Lev-Yadun e Jarmo Holopainen, hanno proposto una spiegazione che guarda molto indietro. Durante le glaciazioni, in Nord America e in Asia orientale le catene montuose corrono da nord a sud: alberi e insetti potevano scendere verso il caldo e poi risalire, e la loro guerra chimica è proseguita senza interruzioni. In Europa Alpi e Pirenei sono messe di traverso, da ovest a est, e hanno funzionato da tappo. Molte specie si sono estinte contro quella barriera, e con loro si è persa la pressione che teneva in vita il rosso.
Da noi il rosso resta una minoranza: lo scotano sui versanti calcarei, la vite selvatica appoggiata ai muri, il ciliegio. Lo spettacolo grande delle Alpi è dorato, ed è merito del larice, l’unica conifera europea che a ottobre ingiallisce e lascia cadere gli aghi. Vive a lungo, anche se il record italiano di vecchiaia resta di un pino del Pollino.
Il rosso più fotografato del Piemonte è arrivato da fuori
Nel 1931 un capitano scozzese, Neil McEacharn, viaggiava sull’Orient Express e sfogliava il giornale. Un annuncio offriva una villa con parco sul Lago Maggiore: lui scese, andò a vederla a Pallanza e la comprò sui due piedi. Negli anni successivi ci piantò dentro piante prese da mezzo mondo, aceri compresi, e oggi i giardini di Villa Taranto sono il posto dove gli italiani vanno a fotografare l’autunno rosso.
Quel rosso, in Piemonte, è arrivato in valigia.
Fonti
- Lev-Yadun, The phenomenon of red and yellow autumn leaves: hypotheses, agreements and disagreements (PMC)
- Lev-Yadun & Holopainen, New Phytologist (2009): glaciazioni e colori autunnali
- Hoch, Singsaas & McCown, Plant Physiology (2003): antocianine e recupero dei nutrienti
- Giardini Botanici di Villa Taranto — la storia
Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2026