Le prime scatolette si aprivano a martello e scalpello

Preparato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale · responsabile editoriale Andrea Bertolotti · come lavoriamo

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Per quasi mezzo secolo il cibo in scatola si è aperto a martellate. Non era l’arrangiarsi dei disperati: era il metodo consigliato dal produttore, stampato sull’etichetta, scalpello compreso.

La storia comincia a Parigi, con un pasticciere che si chiamava Nicolas Appert. Il governo francese aveva messo in palio un premio per chi avesse trovato un modo di far viaggiare il cibo senza farlo marcire: gli eserciti perdevano più uomini per la fame e le malattie che negli scontri. Appert passò anni a riempire bottiglie di vetro, tapparle e bollirle. Funzionava, e nel 1810 incassò la ricompensa, con l’obbligo di pubblicare il metodo per tutti.

Dal vetro alla latta

Il vetro però si rompeva, e su una nave si rompeva sempre. In Inghilterra qualcuno ebbe la stessa idea con un materiale più robusto: ferro battuto rivestito di stagno. Nacque così la scatoletta, e per la marina britannica fu una piccola rivoluzione: carne e verdura che duravano anni, da portarsi dietro fino all’Artico.

C’era un dettaglio. Quelle prime scatole erano spesse come il fondo di una pentola, pesanti, saldate a mano. E nessuno aveva pensato a come si sarebbero aperte. Le istruzioni ufficiali dicevano di tagliare tutto intorno al bordo superiore con scalpello e martello, come ricorda lo Smithsonian. I marinai in mancanza d’altro usavano la baionetta, e c’è chi ha raccontato di averle aperte a fucilate.

Poi arrivò un uomo con una falce

Il primo apriscatole vero lo brevettò un americano, Ezra Warner, nel 1858. Era una lama ricurva a forma di falce: la si conficcava nel coperchio e la si trascinava in giro per il bordo come una sega, lasciando una corona di metallo tagliente che sembrava fatta apposta per i punti di sutura. Poco dopo arrivò la rotella che gira ancora nel cassetto di casa tua.

Sul perché ci sia voluto tanto gli storici non vanno d’accordo. Qualcuno dice che la colpa era dello spessore: contro quel ferro non c’era utensile da cucina che tenesse. Altri fanno notare che per decenni le scatolette furono roba da militari ed esploratori, e i militari il coltello ce l’hanno già. Solo quando il cibo in scatola entrò nelle dispense normali venne in mente a qualcuno che serviva un attrezzo apposta, un po’ come è capitato alla valigia con le ruote, inventata dopo lo sbarco sulla Luna.

E in Italia?

Da noi la scatoletta ha un padre preciso e piemontese: Francesco Cirio, nato a Nizza Monferrato, cresciuto tra le ceste di verdura dei mercati di Torino. Nel 1856 aprì in Borgo Dora il primo stabilimento italiano di conserve, come ricostruisce la Treccani, e cominciò a spedire piselli e pomodori fin dove il fresco non sarebbe mai arrivato. Aveva capito prima degli altri che il pomodoro del Sud, chiuso in una scatola, poteva arrivare a Liverpool e a Sydney.

Prima di lui, in cucina, l’unico modo serio per fermare il tempo era il sale, che disidrata i batteri e li lascia a secco. Con la latta bastò il calore e un coperchio saldato.

Oggi il barattolo di tonno lo apri con un dito infilato in un anello di alluminio, senza pensarci. Ci sono volute generazioni di pollici tagliati per arrivarci.

Fonti

Smithsonian Magazine, perché l’apriscatole arrivò quasi cinquant’anni dopo la scatoletta
Connecticut History, il primo apriscatole americano di Ezra Warner
Encyclopaedia Britannica, Nicolas Appert
Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, Francesco Cirio

Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2026